Selkis

divinità egizia

Selkis (originariamente Selket, ma anche Serket, Selqet, Selkit, Serqet[1]) era una divinità egizia appartenente alla religione dell'Antico Egitto. Deificazione dello scorpione, era dea della fertilità, della natura, degli animali, della magia, della medicina e della guarigione delle punture da animali e insetti velenosi[2][3]. Era anche connessa all'oltretomba, in quanto si riteneva sorvegliasse una delle quattro porte del Duat, l'aldilà egizio[2]; inoltre era patrona di uno dei quattro vasi canopi del corredo funebre, quello contenente le viscere del defunto[4].

Selkis

La puntura dello scorpione induce una paralisi, ed è per questo che il nome di Selkis, ellenizzazione dell'originale egizio Selket[5], potrebbe essere tradotto come Colei Che stringe la gola. Una traduzione alternativa è Colei Che permette alla gola di respirare[1].

Selkis rappresentata mentre apre le braccia per proteggere la cassa in legno e oro (quella più esterna) che conteneva i vasi canopi di Tutankhamon. Museo egizio del Cairo.

Iconografia

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Era rappresentata come donna con uno scorpione stilizzato sul capo o, più raramente, come scorpione con il volto di donna[3]. Lo scorpione è uno dei più antichi simboli egizi, presente già nell'Egitto predinastico, precisamente nella cultura Naqada III (3300 a.C. - 3060 a.C.[6]).

Selkis nei corredi funerari

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Al pari di Iside, Selkis poteva essere rappresentata in scultura, pittura o rilievo, accanto ai sarcofagi o alle casse per vasi canopi, con le braccia aperte in un gesto di protezione[7] (talvolta dalle braccia aperte partivano lunghe ali che avvolgevano completamente nel loro abbraccio i quattro lati del sarcofago: è il caso del sarcofago in granito in di Horemheb nella tomba KV57 della Valle dei Re[8]). In tale posa, ma senza ali, compare in una famosa statuetta aurea facente parte della grande ed elaborata cassa per i vasi canopi, in legno e oro, che racchiudeva un'altra cassa in calcite, la quale a sua volta conteneva i canopi del faraone Tutankhamon[9][10]. In tale celebre statua, Selkis indossa un lungo e aderente abito plissettato e una parrucca a borsa sormontata dall'usuale scorpione[10]. Inoltre, insieme a Iside, Nefti e Neith, compare ai quattro angoli del sarcofago stesso del giovane faraone, così come sulla succitata cassa canopica più interna, scolpita in un singolo blocco di calcite[11].

Non esistono miti o racconti specifici sulla dea Selkis, al contrario della maggior parte delle divinità egizie[1], così come non sono mai stati trovati templi a lei dedicati[1]. In quanto protettrice contro il veleno degli animali e il morso dei serpenti, gli egizi credevano che Selkis proteggesse la barca solare di Ra, durante la traversata dell'oltretomba, dagli attacchi dell'enorme serpente Apopi, malvagia incarnazione del caos[12], venendo talvolta rappresentata nelle scene della cattura di Apopi. Siccome la maggior parte degli animali velenosi è anche mortale, Selkis era pure annoverata fra le divinità funerarie, essendo connessa, in particolare, ai veleni e alle sostanze che causano l'irrigidimento del corpo. La sua tutela si estendeva alle tende in cui i sacerdoti imbalsamatori operavano. Inoltre, insieme a Iside, Nefti e Neith, aveva il compito di proteggere uno dei vasi canopi: quello dalla testa di falco, dedicato a Qebeshenuf, che conteneva gli intestini[4].

Sarcofago del faraone Horemheb (1319 a.C. - 1292 a.C.[13]) in granito rosa dipinto. Selkis, a sinistra, con lo scorpione in capo, e Nefti, a destra, lo avvolgono fra le loro ali. Tomba KV57, Valle dei Re[8].

Amuleti di Selkis potevano essere inseriti fra le bende della mummia per proteggere il corpo dai pericoli dell'aldilà così come da quelli terreni[14]. In aggiunta, Selkis era adorata come dea fertilità, in quanto patrona delle lontanissime sorgenti del Nilo[15]. Possedeva inoltre poteri taumaturgici, esercitati tramite maghi e incantatori denominati incantatori di Selkis[4], Gli appartenenti alla sua classe sacerdotali erano invece tutti medici[1]: mentre, per esempio, i sacerdoti di Sekhmet erano specializzati nella frattura delle ossa[16], quelli di Selkis curavano le persone punte da animali velenosi o in generale avvelenate[1].

Rapporto con Iside

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Nel costante evolversi del pantheon egizio, questa divinità predinastica finì con l'essere assimilata a Iside, dapprima a livello iconografico o con rapporti di parentela e, infine, col ridurla a un mero aspetto della stessa Iside, il cui culto era divenuto preponderante. Selkis era frequentemente descritta come un'aiutante di Iside nello svolgimento dei riti funebri per Osiride e nell'educazione del piccolo Horus[15].

Le specie di scorpioni più pericolose si trovano nel Nord Africa e la loro puntura può risultare letale. Per questo motivo, Selkis venne reputata da subito una divinità importante e necessaria, eletta da alcuni faraoni come loro protettrice. La sua stretta connessione con i più antichi sovrani d'Egitto implica che ne fosse anche patrona: è soprattutto il caso di re Scorpione I e di Scorpione II (ca. 3100 a.C.). È menzionata nei Testi delle piramidi, risalenti all'Antico Regno (ca. 2680 - 2180 a.C.[17]). Una formula protettiva proveniente da tale corpus (PT 555) così recita[18]:

«Mia madre è Iside, mia nutrice è Nefti [...] Neith è dietro di me, Selkis è di fronte a me.»
  1. 1 2 3 4 5 6 Serket, su ancient.eu.
  2. 1 2 Veronica Ions, Egyptian Mythology, Paul Hamlyn ed. (1973). pp.81, 116.
  3. 1 2 (EN) Serqet, su touregypt.net.
  4. 1 2 3 Guy Rachet, Dizionario della Civiltà egizia, Gremese Editore, Roma (1994). ISBN 88-7605-818-4. pp.284-5.
  5. Rachet (1994), p.284.
  6. Natale Barca, Sovrani predinastici egizi, Ananke (2006). p. 102.
  7. cur. Regine Schulz & Matthias Seidel, Egitto: la terra dei faraoni, Gribaudo/Könemann (2004) p.226-7.
  8. 1 2 Schulz & Seidel (2004), p.227.
  9. King Tutankhamun Exhibit, Collection: Basic Funeral Equipment - Canopic Chest, su touregypt.net.
  10. 1 2 Schulz & Seidel (2004), p.236.
  11. Pierre Montet, Eternal Egypt, Phoenix Press, London 2005. ISBN 1-89880-046-4. p.138.
  12. Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, vol. 3, p. 269.
  13. Erik Hornung, Rolf Krauss & David Warburton (ed.), Ancient Egyptian Chronology (Handbook of Oriental Studies), Brill: 2006, p.493.
  14. Schulz & Seidel (2004), p.473.
  15. 1 2 Ions (1973), p.116.
  16. Montet (2005), p.147.
  17. Malek, Jaromir. 2003. "The Old Kingdom (c. 2686–2160 BCE)". In The Oxford History of Ancient Egypt, ed. Ian Shaw. Oxford-New York: Oxford University Press. ISBN 978-0192804587, p.83
  18. Serket, in Ancient History Encyclopedia. URL consultato il 30 dicembre 2016.
  19. sacred-texts.com, http://www.sacred-texts.com/egy/pyt/pyt34.htm.
  20. Wilkinson, R.H, The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt (Thames & Hudson, 2003). p.233.
  21. Erik Hornung, Ancient Egyptian Chronology, Krauss & Warburton editors (2006) p. 493.
  22. Forse in riferimento a una verità di scorpione chiaro.
  23. Hededyt, su henadology.wordpress.com.
  24. Iside-Hedet, su books.google.it.

Bibliografia

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  • Margaret Bunson, Enciclopedia dell'antico Egitto, Fratelli Melita Editori, ISBN 88-403-7360-8
  • von Känel, Frédérique (1984). Les prêtres-ouâb de Sekhmet et les conjurateurs de Serket. Presses Universitaires de France.
  • Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell'antico Egitto, vol.I, Ananke, ISBN 88-7325-064-5

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