La sensazione è che le cose non possano andare avanti così in eterno. L'equilibrio è statico - immobile da anni - ma le scosse sono troppe e prima o poi anche la sommità dovrà crollare - pensi, nei momenti più lucidi. In quell'ottimismo che non è ottimismo davvero, ma semplice incapacità di credere all'assurdità di questo tempo.
La superficie delle cose sembra non venire scalfita da niente. Bocca, mi pare, in un'intervista sul Fatto, parlava di gelatina: i colpi non affondano, non aprono ferite. Rimbalzano. Uno dopo l'altro.
E ti ritrovi a non battere neanche più le ciglia quando senti parlare dell'ennesimo scandalo. Ti ritrovi ad ascoltare con una sorta di assuefazione l'ennesima dichiarazione di un pentito, l'ennesima notizia, l'ennesima trovata fantastica di questi nostri anni così irreali. Ti ritrovi a rimboccare le coperte del letto - a sciacquare un piatto sotto l'acqua - rigirandoti in testa pensieri vaghi di fuga. Come se l'esilio fosse già iniziato. Interno. E il distacco non facesse neanche male.
Poi però ci sono momenti in cui l'aria si fa più trasparente. Giornate in cui il sole batte forte anche se è inverno, e ieri pioveva, e il tuo gatto nel cortile ha occhi immensi che sembrano strappati al mare tanto sono azzurri.
E quando scendi a pranzo tua madre sta ascoltando la radio. E tu apri bocca per parlare - dire qualcosa - ma lei ti zittisce imperiosa perché vuole ascoltare. Così, ascolti anche tu. Come fai sempre. Ma oggi il cielo è diverso e tu lasci che le parole affondino nella carne, invece di scivolare sulla lana del maglione, e ti trovi con la nausea in gola mentre senti parlare del presidio No Tav caricato ieri. Senti qualcosa che è un grido e che sai non riuscirai a sfogare battere contro il palato, mentre ascolti l'ennesima intercettazione resa pubblica. Mentre senti il rumore di fischi e grida nel servizio sulla manifestazione di Novara. Mentre il giornaleradio finisce e tua madre ti racconta dell'intervista ad un magistrato, della stanchezza assoluta dei suoi occhi mentre parlava del cancro che è l'Italia - mentre diceva che se non ci fossero le ferite dell'Africa il nostro sarebbe l'ultimo Paese nella classifica mondiale dell'etica, e concludeva con un: "C'è molto da fare". Solo questo. Poi silenzio.
E ti chiedi come debba essere l'anima di quelle persone che vivono con le mani affondate fino al gomito nella merda che è la nostra politica. Ti chiedi cosa debbano sognare la notte, dopo aver passato la giornata a raccogliere prove per processi che sanno in partenza non porteranno a niente. Ti chiedi cosa debbano provare quando vedono certi volti sui giornali. Certe facce - le facce di cui parlava Gaber - e certi sorrisi. Cerchi di immaginare la disperazione quieta del nostro presente, insediata in loro. E ti trovi a sperare che riescano a tenere duro. Che qualcuno arrivi ad aiutarli. Che le nostre solitudini singole e disperate possano in qualche modo fondersi, e trasformarsi in scudo. In unione.
È una preghiera vana, forse. Spaventata come tutte le preghiere.
Ma le spinte sotterranee ci sono. Le correnti, gli spiragli che segnalano le crepe. Viste in controluce.
In Val Susa sono forti. Coriacei. Hanno già resistito negli anni 40, e anche se i tempi sono cambiati conoscono i loro boschi. Conoscono i sentieri. E anche se gli bruciano i presidi, vanno avanti. Perché non si tratta di ideali, adesso – non si tratta neanche di libertà, o di parole grandi.
Si tratta di cose quotidiane e minuscole come la propria aria, il proprio pane.
Si tratta della stabilità del terreno su cui vengono costruite le tue case. Si tratta dei veleni che la Terra aveva nascosto nelle viscere e che noi stiamo portando alla luce – dei veleni che la Terra non aveva neanche immaginato.
Della tua vita.
E c'è qualcosa di commovente, in tutti questi piccoli sforzi compiuti in sordina. Nel vederli venire alla ribalta ogni tanto, anche se per una manciata di secondi, e sapere che comunque continuano. Persistono.
Anche se ti trovi con un ragazzo con emorragia celebrale ed una donna con le ovaie spappolate. Anche se la gelatina sembra parare tutti i colpi, e che niente serva a niente.
Anche se ogni volta che esce fuori qualcosa pensi: "Questo è troppo, davvero, non lo possono ammortizzare." E invece loro ci riescono come se fosse acqua che evapora al sole.
Anche se l'impotenza è la sensazione più predominante.
E tu, in fondo, non fai nulla.
Neanche ti sforzi davvero di sapere, perché fa male. E paura. E perché quando sai, di solito, ti ritrovi soltanto con le mani che tremano, ad inghiottire la frustrazione.
Ed è strano come tutto sia confuso, ultimamente.
Come non riesci più a riconoscerti in nessuna categoria e senti forse il bisogno di crearne di nuove – nuovi schieramenti, nuove forme di decifrazione del mondo. Nuove parole.
E mi torna in mente Antropologia. Gli Smottamenti. Il continuo ricrearsi della cultura – la commistione di tradizioni diverse. Bricolage.
Forse siamo sull'orlo di una qualche cesura.
Forse, tra non molto si metterà un punto alla storia e si tirerà una riga su questa pagina sporca, per ricominciare a scrivere in una più pulita.
O forse andrà tutto a fuoco – o in polvere, che è qualcosa di più adatto a questi nostri tempi spenti. Forse abbiamo già chiuso tutto e stiamo soltanto tirando gli ultimi fili.
Ma che l'equilibrio non possa durare, è come un presentimento che vibra nell'aria.
Perché qualunque elastico dopo un po’ si spezza.
E questo lo si sta allungando da troppo – e in direzioni troppo diverse – per ammortizzare ogni singolo colpo.
(E non ha molto senso questo post, forse, perché come al solito volevo dire una cosa e ho parlato di tutt'altro.
Perché quando ho cominciato a scrivere, avevo in mente la voce di un uomo che elencava tutte le ferite riportata da una delle persone coinvolte nella carica di ieri. Perché c'era il setto nasale rientrato, e le costole spaccate, e le ovaie. Tra le altre cose. E io continuavo a pensare alla violenza di quei manganelli e di quei calci e di quei colpi, e al ragazzo che non sentiva più le gambe e continuava a vomitare. E continuavo a rivedere Genova, e le immagini di tutto quel sangue. E a risentire i racconti anonimi degli infermieri delle caserme. E le tracce all'altezza del battiscopa alla Diaz, durante il blitz notturno. Colpi dati a chi dormiva.
E il giornalista di quella notte, allucinato, che dice: "È come il Cile."
E sono passati otto anni e mezzo da quel giorno. C'è stato altro sangue – asciugato in fretta, tamponato. Sono venute fuori cose disgustose che hanno insabbiato subito, perché tanto chi vuole starle a sentire. E le pagine nere della nostra Storia continuano a farsi più dense, più spesse, perché otto anni dopo quell'estate si preparava il G8 in Sardegna. E gli appalti dati in mano a chi si sa. E tutto il resto.
E siamo ancora qui.
Sempre un po’ più stanchi.
Sempre un po’ peggio.)
[E neanche so se dovrei metterlo su, questo delirio.
Ma è quasi un'ora che ci lavoro.
E non so. Credo sia giusto.]