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Ash

La cultura dello stupro

Premessa 1: non sono una fan dei romanzi rosa eterosessuali. Non ho idea di quali siano le loro caratteristiche, a parte vaghe idee ricavate più che altro da parodie o versioni gay, tipo la storia d'amore tra l'ereditiera e il giardiniere o il capo barbaro e la preda di guerra. Forse. *rolls*
Ripeto, non ho idea. Né del target di riferimento, né dei messaggi che veicolano, né del tipo di donne/storie che rappresentano.
L'impressione comunque è che le ragazzine di oggi non abbiano in mente quei libri, quando pensano a romanzi su grandi storie d'amore, ma Twilight e company. Se guardo l'elenco dei "Best Romance Novels of all Time", su Goodreads, i primi quattro posti sono occupati da questi titoli: (Notare: la scelta è dei lettori).
1) Fifty Shades of Gray
2) Beautiful Disaster
3) Pride and Prejudice
4) Twilight.

Ora. Tralasciamo l'apparizione anomala della Austen, che mi ha sconvolto quasi più delle altre scelte – più che altro perché è seriamente surreale trovarla lì in mezzo. Gli altri tre titoli sono esattamente la ragione per cui sto scrivendo questo post.

Collapse )
soffione

The mistery

«The light is no mistery,
The mistery is that there is something to keep the light
                                                                             from passing through.»

                                                                                                Richard Siken - Visible World


Perché sto cascando dal sonno ma già so che domani non avrò tempo di scrivere un post decente su quest'uomo. Perché è almeno un mese che voglio farlo e manca sempre il momento.
E perché ho cambiato il layout, finalmente. Dopo almeno un mese in cui cercavo il tempo di farlo, dato che tutto quel bianco mi intimidiva. *rolling-eyes*
Oggi non sono riuscita ad andare avanti di una sola pagina nell'essay che devo finire entro due settimane, ma almeno questa è fatta.
(Il mio cervello poi dovrà spiegarmi perché con quattro ore di sonno riesce a lavorare con i css ma non a mettere in fila delle parole di senso compiuto, non dico neanche in inglese, ma in italiano. Ma vabbé. Mistero. *rolling-eyes*)
Ash

Ausmerzen

Questo è tempo di lampi senza tuono,
Questo è tempo di voci non intese,
Di sonni inquieti e di vigilie vane.

Primo Levi, Ad ora incerta. "L'attesa"




Vorrei fare un post, in realtà.
Avrei cose da dire, forse. Pensieri da mettere in ordine.
Ma credo che se aspetto il momento giusto lascerò passare tutto, ed ecco. Vorrei pubblicarlo prima di domani, questo.
Perché non so se qualcuno di voi ha visto Ausmerzen, mercoledì sera - non so se qualcuno potrebbe essere interessato a vederlo. Ma domani sera La7 farà la replica ed ecco. Se non l'avete visto, se avete voglia di provare. Io l'ho amato.
Per quanto agghiacciante sia.
E per quanto sia impietoso nel metterti in gioco. Nel costringerti ad affrontare verità decisamente scomode - cose a cui non avevi mai pensato, che neanche potevi immaginare. E altre che invece ti abitui a vedere. E dopo, anche se crescono, non possono farti più così tanta impressione.

PS - Poi, è Paolini. E questa in fondo è una garanzia in se stessa.
Raven

How the light gets in


La sensazione è che le cose non possano andare avanti così in eterno. L'equilibrio è statico - immobile da anni - ma le scosse sono troppe e prima o poi anche la sommità dovrà crollare - pensi, nei momenti più lucidi. In quell'ottimismo che non è ottimismo davvero, ma semplice incapacità di credere all'assurdità di questo tempo.
La superficie delle cose sembra non venire scalfita da niente. Bocca, mi pare, in un'intervista sul Fatto, parlava di gelatina: i colpi non affondano, non aprono ferite. Rimbalzano. Uno dopo l'altro.
E ti ritrovi a non battere neanche più le ciglia quando senti parlare dell'ennesimo scandalo. Ti ritrovi ad ascoltare con una sorta di assuefazione l'ennesima dichiarazione di un pentito, l'ennesima notizia, l'ennesima trovata fantastica di questi nostri anni così irreali. Ti ritrovi a rimboccare le coperte del letto - a sciacquare un piatto sotto l'acqua - rigirandoti in testa pensieri vaghi di fuga. Come se l'esilio fosse già iniziato. Interno. E il distacco non facesse neanche male.
Poi però ci sono momenti in cui l'aria si fa più trasparente. Giornate in cui il sole batte forte anche se è inverno, e ieri pioveva, e il tuo gatto nel cortile ha occhi immensi che sembrano strappati al mare tanto sono azzurri.
E quando scendi a pranzo tua madre sta ascoltando la radio. E tu apri bocca per parlare - dire qualcosa - ma lei ti zittisce imperiosa perché vuole ascoltare. Così, ascolti anche tu. Come fai sempre. Ma oggi il cielo è diverso e tu lasci che le parole affondino nella carne, invece di scivolare sulla lana del maglione, e ti trovi con la nausea in gola mentre senti parlare del presidio No Tav caricato ieri. Senti qualcosa che è un grido e che sai non riuscirai a sfogare battere contro il palato, mentre ascolti l'ennesima intercettazione resa pubblica. Mentre senti il rumore di fischi e grida nel servizio sulla manifestazione di Novara. Mentre il giornaleradio finisce e tua madre ti racconta dell'intervista ad un magistrato, della stanchezza assoluta dei suoi occhi mentre parlava del cancro che è l'Italia - mentre diceva che se non ci fossero le ferite dell'Africa il nostro sarebbe l'ultimo Paese nella classifica mondiale dell'etica, e concludeva con un: "C'è molto da fare". Solo questo. Poi silenzio.
E ti chiedi come debba essere l'anima di quelle persone che vivono con le mani affondate fino al gomito nella merda che è la nostra politica. Ti chiedi cosa debbano sognare la notte, dopo aver passato la giornata a raccogliere prove per processi che sanno in partenza non porteranno a niente. Ti chiedi cosa debbano provare quando vedono certi volti sui giornali. Certe facce - le facce di cui parlava Gaber - e certi sorrisi. Cerchi di immaginare la disperazione quieta del nostro presente, insediata in loro. E ti trovi a sperare che riescano a tenere duro. Che qualcuno arrivi ad aiutarli. Che le nostre solitudini singole e disperate possano in qualche modo fondersi, e trasformarsi in scudo. In unione.
È una preghiera vana, forse. Spaventata come tutte le preghiere.
Ma le spinte sotterranee ci sono. Le correnti, gli spiragli che segnalano le crepe. Viste in controluce.
In Val Susa sono forti. Coriacei. Hanno già resistito negli anni 40, e anche se i tempi sono cambiati conoscono i loro boschi. Conoscono i sentieri. E anche se gli bruciano i presidi, vanno avanti. Perché non si tratta di ideali, adesso – non si tratta neanche di libertà, o di parole grandi.
Si tratta di cose quotidiane e minuscole come la propria aria, il proprio pane.
Si tratta della stabilità del terreno su cui vengono costruite le tue case. Si tratta dei veleni che la Terra aveva nascosto nelle viscere e che noi stiamo portando alla luce – dei veleni che la Terra non aveva neanche immaginato.
Della tua vita.
E c'è qualcosa di commovente, in tutti questi piccoli sforzi compiuti in sordina. Nel vederli venire alla ribalta ogni tanto, anche se per una manciata di secondi, e sapere che comunque continuano. Persistono.
Anche se ti trovi con un ragazzo con emorragia celebrale ed una donna con le ovaie spappolate. Anche se la gelatina sembra parare tutti i colpi, e che niente serva a niente.
Anche se ogni volta che esce fuori qualcosa pensi: "Questo è troppo, davvero, non lo possono ammortizzare." E invece loro ci riescono come se fosse acqua che evapora al sole.
Anche se l'impotenza è la sensazione più predominante.
E tu, in fondo, non fai nulla.
Neanche ti sforzi davvero di sapere, perché fa male. E paura. E perché quando sai, di solito, ti ritrovi soltanto con le mani che tremano, ad inghiottire la frustrazione.

Ed è strano come tutto sia confuso, ultimamente.
Come non riesci più a riconoscerti in nessuna categoria e senti forse il bisogno di crearne di nuove – nuovi schieramenti, nuove forme di decifrazione del mondo. Nuove parole.
E mi torna in mente Antropologia. Gli Smottamenti. Il continuo ricrearsi della cultura – la commistione di tradizioni diverse. Bricolage.
Forse siamo sull'orlo di una qualche cesura.
Forse, tra non molto si metterà un punto alla storia e si tirerà una riga su questa pagina sporca, per ricominciare a scrivere in una più pulita.
O forse andrà tutto a fuoco – o in polvere, che è qualcosa di più adatto a questi nostri tempi spenti. Forse abbiamo già chiuso tutto e stiamo soltanto tirando gli ultimi fili.
Ma che l'equilibrio non possa durare, è come un presentimento che vibra nell'aria.
Perché qualunque elastico dopo un po’ si spezza.
E questo lo si sta allungando da troppo – e in direzioni troppo diverse – per ammortizzare ogni singolo colpo.



(E non ha molto senso questo post, forse, perché come al solito volevo dire una cosa e ho parlato di tutt'altro.
Perché quando ho cominciato a scrivere, avevo in mente la voce di un uomo che elencava tutte le ferite riportata da una delle persone coinvolte nella carica di ieri. Perché c'era il setto nasale rientrato, e le costole spaccate, e le ovaie. Tra le altre cose. E io continuavo a pensare alla violenza di quei manganelli e di quei calci e di quei colpi, e al ragazzo che non sentiva più le gambe e continuava a vomitare. E continuavo a rivedere Genova, e le immagini di tutto quel sangue. E a risentire i racconti anonimi degli infermieri delle caserme. E le tracce all'altezza del battiscopa alla Diaz, durante il blitz notturno. Colpi dati a chi dormiva.
E il giornalista di quella notte, allucinato, che dice: "È come il Cile."
E sono passati otto anni e mezzo da quel giorno. C'è stato altro sangue – asciugato in fretta, tamponato. Sono venute fuori cose disgustose che hanno insabbiato subito, perché tanto chi vuole starle a sentire. E le pagine nere della nostra Storia continuano a farsi più dense, più spesse, perché otto anni dopo quell'estate si preparava il G8 in Sardegna. E gli appalti dati in mano a chi si sa. E tutto il resto.
E siamo ancora qui.
Sempre un po’ più stanchi.
Sempre un po’ peggio.)


[E neanche so se dovrei metterlo su, questo delirio.
Ma è quasi un'ora che ci lavoro.
E non so. Credo sia giusto.]
Ash

«What have I said?»


Waiting for Godot – Second Act



ESTRAGON: In the meantime let us try and converse calmly, since we are incapable of keeping silent.
VLADIMIR: You're right, we're inexhaustible.
ESTRAGON: It's so we won't think.
VLADIMIR: We have that excuse.
ESTRAGON: It's so we won't hear.
VLADIMIR: We have our reasons.
ESTRAGON: All the dead voices.
VLADIMIR: The make a noise like wings.
ESTRAGON: Live leaves.
VLADIMIR: Like sand.
ESTRAGON: Like leaves.
[Silence.]
VLADIMIR: They all speak together.
ESTRAGON: Each one to itself.
[Silence.]
VLADIMIR: Rather they whisper.
ESTRAGON: They rustle.
VLADIMIR: They murmur.
ESTRAGON: They rustle.
[Silence.]
VLADIMIR: What do they say?
ESTRAGON: They talk about their lives.
VLADIMIR: To have lived is not enough for them.
ESTRAGON: They have to talk about it.
VLADIMIR: To be dead is not enough for them.
ESTRAGON: It is not sufficient.
[Silence.]
VLADIMIR: They make a noise like feathers.
ESTRAGON: Like leaves.
VLADIMIR: Like ashes.
ESTRAGON: Like leaves.
[Long silence.]

(...)

(...)

POZZO: [Suddenly furious.] Have you not done tormenting me with your accursed time! It's abominable! When! When! One day, is that not enough for you, one day like any other day, one day he went dumb, one day I went blind, one day we'll go deaf, one day we were born, one day we shall die, the same day, the same second, is that not enough for you? [Calmer.] They give birth astride of a grave, the light gleams an istant, then it's night once more. [He jerks the rope.] On!

(...)

VLADIMIR: Was I sleeping, while the others suffered? Am I sleeping now? Tomorrow, when I wake, or think I do, what shall I say of today? That with Estragon my friend, at this place, until the fall of night, I waited for Godot? That Pozzo passed, withi his carrier, and that he spoke to us? Probably. But in all that what truth will there be? [ESTRAGON, having struggled with his boots in vain, is dozing off again. VLADIMIR stares at him.] He'll know nothing. He'll tell me about the blows he received and I'll give him a carrot. [Pause.] Astride of a grave and a difficult birth. Down in the hole, lingeringly, the grave-digger puts on the forcepts. We have time to grow old. The air is full of our cries. [He listens.] But habit is a great deadener. [He looks again at ESTRAGON.] At me too someone is looking, of me too someone is saying, he is sleeping, he knows nothing, let him sleep on. [Pause.] I can't go on! [Pause.] What have I said?