Star Trek TOS - Goodbye Apathy (Bones)
Titolo: Goodbye Apathy
Beta:
herm_weasley
Fandom: Star Trek TOS
Personaggi: Leonard "Bones" McCoy
Rating: PG
Parole: 933
Warnings: One Shot
Riassunto: Perché il Dottor McCoy ormai era sempre troppo ubriaco. E nonostante tutto non era ancora così pazzo da pensare di mandare a puttane un'intera vita dedicata alla medicina per un cicchetto di troppo durante l'orario di lavoro.
- Uff, soggezione.
La TOS ed io ci siamo riavvicinati di recente, le speculazioni di questo racconto nascono anche dalla documentazione sul profilo del suddetto Dottore.
Il passato antecedente al suo arrivo sull'Enterprise viene sporadicamente citato negli episodi e raccontato in uno dei tanti romanzi della serie. Quindi, in teoria, non dovrei aver creato pasticci per quanto riguarda la veridicità o meno dei fatti.
In caso contrario.. insomma, questa è soltanto una fanfic xD
- Ringrazio
herm_weasley per il betaggio, e per l'avermi aiutata a trovare il titolo della ff, poichè è risaputo che io con i titoli faccio pietà.
- Ringrazio Chuck perchè mi è stato detto di fare così, quindi graaaazie.
- Star Trek finirà per assorbire le mie ultime energie.
- \V/
GOODBYE APATHY
Era l'inizio di un'altra giornata.
La sveglia si attivò con quel suo odioso suono elettronico e Leonard McCoy aprì gli occhi, grugnì qualcosa in risposta e si voltò dall'altra parte.
Non si diede la pena di guardare l'orario, perché sapeva perfettamente che l'orologio segnalava le 6.30.
Da un paio di giorni a quella parte però, si era reso conto di quanto fosse inutile alzarsi dal letto. Non sussistevano più tutte quelle motivazioni che lo avevano indotto a farlo per anni.
Si chiedeva, persino, per quale assurdo motivo continuasse ad ostinarsi a puntarla, quella maledetta sveglia. Abitudine probabilmente, o forse le ragioni di quel gesto andavano a scavare così profondamente nel suo laborioso subconscio, che nemmeno armati di trivella si sarebbe riusciti ad arrivarci.
Cominciava persino a pensare che chiudere lo studio medico non sarebbe stata un'idea così malvagia, anzi, di più, sarebbe stata indubbiamente la scelta migliore, per tutti, soprattutto per i suoi pazienti che attendevano inutilmente una visita che non sarebbe avvenuta tanto presto. In particolar modo quelli che di giorni da vivere non ne avevano poi così tanti. I dentierati, tanto per intenderci, i capelli bianchi.
Perché il Dottor McCoy ormai era sempre troppo ubriaco. E nonostante tutto, non era ancora così pazzo da pensare di mandare a puttane un'intera vita dedicata alla medicina per un cicchetto di troppo, durante l'orario di lavoro.
Amava la sua professione, le aveva dedicato assoluta abnegazione, ma al momento lo nauseava l'idea di guadagnarsi da vivere per qualcosa che adesso riguardava solo lui.
Una volta aveva una moglie e aveva una figlia di cui preoccuparsi. Joanna.
La moglie aveva dato di matto e gli aveva cordialmente portato via anche la figlia. Preoccupandosi di prosciugare quanto più possibile il suo conto in banca.
Fortunatamente gli aveva concesso di mantenere un paio di mutande. Almeno avrebbe potuto sfoggiare egregiamente il detto che tanto viene enfatizzato in tali situazioni.
Lo stomaco si preoccupò di avvisarlo che aveva bisogno di cibo.
Che l'alcool non è abbastanza nutriente. Che per sopravvivere ci vuole qualcosa di più che una bottiglia di whisky; invecchiato e dal gusto forte e dolciastro, ma pur sempre liquido.
Si passò una mano sulla fronte e si stropicciò gli occhi come se dovesse cavarseli. Aveva ancora i postumi della sbronza della sera precedente e sentiva già il bisogno di tuffarsi nella prossima, senza nemmeno starci troppo a pensare.
Perché almeno con quella non doveva seguire il frullio degli ingranaggi della sua mente, che ticchettavano insistenti ogni qualvolta si ritrovava abbastanza lucido.
Per quanto avrebbe potuto fare quella vita non lo sapeva con esattezza. Conosceva alla perfezione le conseguenze fisiche di una simile condotta, ma di certo non poteva sostituirsi a Dio, sperando di poter dare una data definitiva alla fine delle sue sofferenze.
Perché era esattamente di quelle che si stava parlando.
Sofferenze.
Una delle poche parole che riuscivano a farlo sentire abbastanza patetico da pensare di mettere da parte la bottiglia e riprendere in mano la sua vita o di emigrare su un altro pianeta, anche senza permesso di soggiorno.
Ma che diamine! Concedersi una crisi depressiva di tanto in tanto non avrebbe fatto male a nessuno. Se non al suo cuore, al suo fegato, e al suo aspetto fisico. Si rendeva conto di essere diventato abbastanza sgradevole alla vista.
Ma a chi doveva piacere? Chi doveva impressionare? Non un collega, non un paziente… non una figlia.
Aveva bisogno di cancellare almeno per un po' quelle stupide, inutili immagini mentali che lo tormentavano come un'ossessione.
Decise di girarsi dall'altra parte. Riprendere il sonno perduto e ricadere in un oblio di emicrania e riflussi gastrici per il resto della giornata, quando, sotto il cuscino che aveva agguantato brutalmente, scricchiolò qualcosa.
"Arruolati nella Flotta Stellare"
Citava il volantino che si ritrovò fra le mani, quando riuscì a mettere a fuoco.
Glielo aveva passato un ragazzo, per strada, quello stesso pomeriggio.
Si era chiesto, con un certo scetticismo, quanto potesse essere in crisi il settore spaziale se affidavano gli arruolamenti anche a dei foglietti di carta colorata, spacciati da un ragazzetto ossuto, devastato dall'acne.
La Flotta Stellare.
Certo che però il nome aveva un non so che.
E le stelle e i pianeti stampati sotto la citazione ammiccavano promesse allettanti.
Allungò una mano al comodino, raggiungendo la bottiglia dimenticata il giorno prima.
Un sorso gli avrebbe restituito la ragione.
Se la portò alle labbra ma nemmeno una goccia del caloroso nettare scese a bagnargli la lingua.
"Al diavolo" borbottò con voce impastata, mentre lo sguardo di nuovo cadeva su quel maligno volantino pubblicitario.
Gli sfuggì una risata, senza nemmeno rendersi conto che l'idea cominciava a ronzargli nella testa come un insetto fastidioso.
Le stelle. Non erano forse abbastanza lontane le stelle?
Anni luce, Dottore, miliardi di anni luce.
Lontano da quella sofferenza che solo la paura dell'ignoto, dello spazio siderale, avrebbe potuto soffocare.
Barattare un sentimento con un altro altrettanto angosciante, ma differente.
La cosa gli sembrò così ridicola da poter essere presa in considerazione. L'essere ridicoli, dopotutto, così ben si sposava con la sua situazione attuale che non avrebbe fatto alcuna differenza.
La Flotta Stellare.
Il suono cominciava a piacergli davvero, dannazione! E quando vide il grazioso sorriso di Joanna, come distorto, deriderlo al di là di una cornice d'argento sul comodino, sentì che per oscurare il doloroso bagliore delle sue fossette, avrebbe dovuto rimpiazzarlo con qualcosa di altrettanto luminoso.
Una stella, forse.
Per questo si rimise in piedi.
Forse era davvero l'inizio di un'altra giornata.
Beta:
Fandom: Star Trek TOS
Personaggi: Leonard "Bones" McCoy
Rating: PG
Parole: 933
Warnings: One Shot
Riassunto: Perché il Dottor McCoy ormai era sempre troppo ubriaco. E nonostante tutto non era ancora così pazzo da pensare di mandare a puttane un'intera vita dedicata alla medicina per un cicchetto di troppo durante l'orario di lavoro.
- Uff, soggezione.
La TOS ed io ci siamo riavvicinati di recente, le speculazioni di questo racconto nascono anche dalla documentazione sul profilo del suddetto Dottore.
Il passato antecedente al suo arrivo sull'Enterprise viene sporadicamente citato negli episodi e raccontato in uno dei tanti romanzi della serie. Quindi, in teoria, non dovrei aver creato pasticci per quanto riguarda la veridicità o meno dei fatti.
In caso contrario.. insomma, questa è soltanto una fanfic xD
- Ringrazio
- Ringrazio Chuck perchè mi è stato detto di fare così, quindi graaaazie.
- Star Trek finirà per assorbire le mie ultime energie.
- \V/
GOODBYE APATHY
Era l'inizio di un'altra giornata.
La sveglia si attivò con quel suo odioso suono elettronico e Leonard McCoy aprì gli occhi, grugnì qualcosa in risposta e si voltò dall'altra parte.
Non si diede la pena di guardare l'orario, perché sapeva perfettamente che l'orologio segnalava le 6.30.
Da un paio di giorni a quella parte però, si era reso conto di quanto fosse inutile alzarsi dal letto. Non sussistevano più tutte quelle motivazioni che lo avevano indotto a farlo per anni.
Si chiedeva, persino, per quale assurdo motivo continuasse ad ostinarsi a puntarla, quella maledetta sveglia. Abitudine probabilmente, o forse le ragioni di quel gesto andavano a scavare così profondamente nel suo laborioso subconscio, che nemmeno armati di trivella si sarebbe riusciti ad arrivarci.
Cominciava persino a pensare che chiudere lo studio medico non sarebbe stata un'idea così malvagia, anzi, di più, sarebbe stata indubbiamente la scelta migliore, per tutti, soprattutto per i suoi pazienti che attendevano inutilmente una visita che non sarebbe avvenuta tanto presto. In particolar modo quelli che di giorni da vivere non ne avevano poi così tanti. I dentierati, tanto per intenderci, i capelli bianchi.
Perché il Dottor McCoy ormai era sempre troppo ubriaco. E nonostante tutto, non era ancora così pazzo da pensare di mandare a puttane un'intera vita dedicata alla medicina per un cicchetto di troppo, durante l'orario di lavoro.
Amava la sua professione, le aveva dedicato assoluta abnegazione, ma al momento lo nauseava l'idea di guadagnarsi da vivere per qualcosa che adesso riguardava solo lui.
Una volta aveva una moglie e aveva una figlia di cui preoccuparsi. Joanna.
La moglie aveva dato di matto e gli aveva cordialmente portato via anche la figlia. Preoccupandosi di prosciugare quanto più possibile il suo conto in banca.
Fortunatamente gli aveva concesso di mantenere un paio di mutande. Almeno avrebbe potuto sfoggiare egregiamente il detto che tanto viene enfatizzato in tali situazioni.
Lo stomaco si preoccupò di avvisarlo che aveva bisogno di cibo.
Che l'alcool non è abbastanza nutriente. Che per sopravvivere ci vuole qualcosa di più che una bottiglia di whisky; invecchiato e dal gusto forte e dolciastro, ma pur sempre liquido.
Si passò una mano sulla fronte e si stropicciò gli occhi come se dovesse cavarseli. Aveva ancora i postumi della sbronza della sera precedente e sentiva già il bisogno di tuffarsi nella prossima, senza nemmeno starci troppo a pensare.
Perché almeno con quella non doveva seguire il frullio degli ingranaggi della sua mente, che ticchettavano insistenti ogni qualvolta si ritrovava abbastanza lucido.
Per quanto avrebbe potuto fare quella vita non lo sapeva con esattezza. Conosceva alla perfezione le conseguenze fisiche di una simile condotta, ma di certo non poteva sostituirsi a Dio, sperando di poter dare una data definitiva alla fine delle sue sofferenze.
Perché era esattamente di quelle che si stava parlando.
Sofferenze.
Una delle poche parole che riuscivano a farlo sentire abbastanza patetico da pensare di mettere da parte la bottiglia e riprendere in mano la sua vita o di emigrare su un altro pianeta, anche senza permesso di soggiorno.
Ma che diamine! Concedersi una crisi depressiva di tanto in tanto non avrebbe fatto male a nessuno. Se non al suo cuore, al suo fegato, e al suo aspetto fisico. Si rendeva conto di essere diventato abbastanza sgradevole alla vista.
Ma a chi doveva piacere? Chi doveva impressionare? Non un collega, non un paziente… non una figlia.
Aveva bisogno di cancellare almeno per un po' quelle stupide, inutili immagini mentali che lo tormentavano come un'ossessione.
Decise di girarsi dall'altra parte. Riprendere il sonno perduto e ricadere in un oblio di emicrania e riflussi gastrici per il resto della giornata, quando, sotto il cuscino che aveva agguantato brutalmente, scricchiolò qualcosa.
"Arruolati nella Flotta Stellare"
Citava il volantino che si ritrovò fra le mani, quando riuscì a mettere a fuoco.
Glielo aveva passato un ragazzo, per strada, quello stesso pomeriggio.
Si era chiesto, con un certo scetticismo, quanto potesse essere in crisi il settore spaziale se affidavano gli arruolamenti anche a dei foglietti di carta colorata, spacciati da un ragazzetto ossuto, devastato dall'acne.
La Flotta Stellare.
Certo che però il nome aveva un non so che.
E le stelle e i pianeti stampati sotto la citazione ammiccavano promesse allettanti.
Allungò una mano al comodino, raggiungendo la bottiglia dimenticata il giorno prima.
Un sorso gli avrebbe restituito la ragione.
Se la portò alle labbra ma nemmeno una goccia del caloroso nettare scese a bagnargli la lingua.
"Al diavolo" borbottò con voce impastata, mentre lo sguardo di nuovo cadeva su quel maligno volantino pubblicitario.
Gli sfuggì una risata, senza nemmeno rendersi conto che l'idea cominciava a ronzargli nella testa come un insetto fastidioso.
Le stelle. Non erano forse abbastanza lontane le stelle?
Anni luce, Dottore, miliardi di anni luce.
Lontano da quella sofferenza che solo la paura dell'ignoto, dello spazio siderale, avrebbe potuto soffocare.
Barattare un sentimento con un altro altrettanto angosciante, ma differente.
La cosa gli sembrò così ridicola da poter essere presa in considerazione. L'essere ridicoli, dopotutto, così ben si sposava con la sua situazione attuale che non avrebbe fatto alcuna differenza.
La Flotta Stellare.
Il suono cominciava a piacergli davvero, dannazione! E quando vide il grazioso sorriso di Joanna, come distorto, deriderlo al di là di una cornice d'argento sul comodino, sentì che per oscurare il doloroso bagliore delle sue fossette, avrebbe dovuto rimpiazzarlo con qualcosa di altrettanto luminoso.
Una stella, forse.
Per questo si rimise in piedi.
Forse era davvero l'inizio di un'altra giornata.
