One Piece - Serie: "This bloody day, lost my way" (Zoro)
Titolo: Bodies
Serie: This bloody day, lost my way
Fandom: One Piece
Personaggi: Roronoa Zoro
Rating: PG13
Parole: 783
Warnings: Serie/One Shot
Links: EFP, OPIF
Riassunto: Una serie di brevi racconti su Zoro.
Passato, presente, futuro di un ex cacciatore di pirati.
Bodies
Beaten why for, can't take much more
Prima che il corpo toccasse terra si diede alla fuga.
Lanciato in velocità lungo una via secondaria, correva rasente i muri e sbandierava la lama della katana che schizzava ammiccamenti di sangue sulle pareti delle case.
Se lo sentiva dappertutto, fra i vestiti, sulla pelle, in bocca. Questa volta aveva decisamente esagerato.
Ma la preda era così succulenta, e il suo stomaco brontolava da così tanti giorni.
Non si aspettava né l’arrivo degli scagnozzi, né quello della marina.
In men che non si dica la sua caccia personale si era trasformata in una rissa in piena regola.
Maschi ubriachi in piena crisi da testosterone.
Certo, se non fosse stato in calo di zuccheri, ci si sarebbe lasciato trascinare volentieri in quel sublime macello di carne e sudore, ma in fondo, un signore sa sempre quando ritirarsi. Non che si reputasse un signore, però almeno sapeva di non essere uno stupido. Non sempre, almeno.
Il problema era riuscire a portare lontano da lì la carcassa. E, ancora più grave, evitare di essere raggiunto.
Perché li sentiva, i bastardi. Erano sulle sue tracce.
Chi si era cordialmente sottratto alla rissa, consapevole di non essere all’altezza, si era dato alla caccia grossa di quello stronzo che sembrava aver organizzato tutto.
E con quale faccia tosta aveva osato abbandonare così impunemente il campo di battaglia?
Avrebbero portato la sua testa a chiunque fosse stato l’autorità in carica in quel momento.
E si sarebbero guadagnati, a seconda, una pacca sulle spalle, una ricompensa, o un calcio nei coglioni.
Magari a qualcuno piaceva pure l’ultima opzione.
Gli mancava il fiato. La ginocchiata nelle costole di quell’uomo dall’alito che sapeva di ratto in decomposizione e fogna, sortiva tardivamente il suo effetto.
Forse gli aveva incrinato una costola. Inconveniente che di solito non lo preoccupava minimamente, ma che ora, buttato a gran velocità verso lidi - a lui – sconosciuti, lo impensieriva un po’ più di quanto non fosse solito fare.
“Ragazzino, dove sei?”
Le raspose voci così vicine, forse troppo per i suoi gusti. Eppure gli sembrava di correre come se dovesse vomitare i polmoni.
“Avanti ragazzino, rallenta. Non vuoi dare nemmeno un vantaggio a questi poveri vecchietti?”
Sentiva la gola bruciare e sputò a terra saliva, sangue e un dente.
Un altro. A furia di continuare in quella maniera, prima dei vent’anni si sarebbe ritrovato sdentato.
E allora come avrebbe fatto a mangiare?
L’idea di sopravvivere a birra e rhum non lo disgustava. Ma nemmeno lo allettava.
Lo stomaco, al pensiero, protestò ferocemente e lo aggredì con un crampo improvviso.
Si piegò a terra, Zoro, le ginocchia avevano deciso di fare forfait, senza il consenso del suo cervello.
“Andiamo…” smozzicò a denti stretti, mentre gli ansiti e il passo pesante in corsa, dei due vecchi ubriaconi alle sue spalle si facevano sempre più vicini, sempre più minacciosi.
Si trascinò a malapena dietro una grossa, pesante botte, colma di catrame, a giudicare dall’odore.
E attese.
Come da copione, quelli gli sembrarono gli attimi più lunghi di tutta la sua breve esistenza.
Se si concentrava, poteva sentire addirittura il battito frenetico del suo cuore pompare attraverso la gabbia toracica. Il sangue fluire in tutte le sue vene e caricare lì, dove si squarciavano le ferite.
I suoi ansiti sibilavano isterici fra i suoi denti, troppo assordanti per un uomo che cerca disperatamente di nascondersi.
Sapeva che c’era una sola cosa da fare. E la fece.
Serrò la presa alla sua katana. Ne saggiò la consistenza, e la svestì lentamente.
Ne udì il cristallino respiro metallico, quando la lama venne liberata; ma lo scintillio solenne della sua superficie lo derise, rimandandogli la sua immagine distrutta.
Zoro stava chiedendo conforto, stava pregando per una protezione e la maledetta cosa faceva? Si burlava di lui.
Perchè sapeva che sarebbe stata trattata con i guanti, in ogni caso, la stronza.
Di contro era consapevole che lei, sedotta da tempo da promesse di sangue, avrebbe fatto semplicemente il suo dovere.
Uno scambio reciproco.
I passi erano ormai a un batter di ciglia da lui. Le ombre già incombevano.
Il ragazzo si trascinò in piedi, ispirato dal palpito costante dell’anima della Wado Ichimonji che ora fremeva, impaziente, pregustando il suo lauto pasto.
Sembrarono solo eleganti sospiri di lama nell’aria, quando Zoro sferrò il suo attacco.
Lampi di metallo, sangue e gemiti.
La regina si era nutrita.
Peccato che lo spettacolo dei corpi morenti non saziarono esattamente la fame di lui.
Lo stomaco di nuovo ruggì in dissenso, e un conato di vomito gli risalì su per la gola, implacabile.
Frenò quel miserabile riflusso e rinfoderò la spada.
Senza gloria né onori tolse il disturbo e si lasciò inghiottire dalla notte.
Serie: This bloody day, lost my way
Fandom: One Piece
Personaggi: Roronoa Zoro
Rating: PG13
Parole: 783
Warnings: Serie/One Shot
Links: EFP, OPIF
Riassunto: Una serie di brevi racconti su Zoro.
Passato, presente, futuro di un ex cacciatore di pirati.
Bodies
Beaten why for, can't take much more
Prima che il corpo toccasse terra si diede alla fuga.
Lanciato in velocità lungo una via secondaria, correva rasente i muri e sbandierava la lama della katana che schizzava ammiccamenti di sangue sulle pareti delle case.
Se lo sentiva dappertutto, fra i vestiti, sulla pelle, in bocca. Questa volta aveva decisamente esagerato.
Ma la preda era così succulenta, e il suo stomaco brontolava da così tanti giorni.
Non si aspettava né l’arrivo degli scagnozzi, né quello della marina.
In men che non si dica la sua caccia personale si era trasformata in una rissa in piena regola.
Maschi ubriachi in piena crisi da testosterone.
Certo, se non fosse stato in calo di zuccheri, ci si sarebbe lasciato trascinare volentieri in quel sublime macello di carne e sudore, ma in fondo, un signore sa sempre quando ritirarsi. Non che si reputasse un signore, però almeno sapeva di non essere uno stupido. Non sempre, almeno.
Il problema era riuscire a portare lontano da lì la carcassa. E, ancora più grave, evitare di essere raggiunto.
Perché li sentiva, i bastardi. Erano sulle sue tracce.
Chi si era cordialmente sottratto alla rissa, consapevole di non essere all’altezza, si era dato alla caccia grossa di quello stronzo che sembrava aver organizzato tutto.
E con quale faccia tosta aveva osato abbandonare così impunemente il campo di battaglia?
Avrebbero portato la sua testa a chiunque fosse stato l’autorità in carica in quel momento.
E si sarebbero guadagnati, a seconda, una pacca sulle spalle, una ricompensa, o un calcio nei coglioni.
Magari a qualcuno piaceva pure l’ultima opzione.
Gli mancava il fiato. La ginocchiata nelle costole di quell’uomo dall’alito che sapeva di ratto in decomposizione e fogna, sortiva tardivamente il suo effetto.
Forse gli aveva incrinato una costola. Inconveniente che di solito non lo preoccupava minimamente, ma che ora, buttato a gran velocità verso lidi - a lui – sconosciuti, lo impensieriva un po’ più di quanto non fosse solito fare.
“Ragazzino, dove sei?”
Le raspose voci così vicine, forse troppo per i suoi gusti. Eppure gli sembrava di correre come se dovesse vomitare i polmoni.
“Avanti ragazzino, rallenta. Non vuoi dare nemmeno un vantaggio a questi poveri vecchietti?”
Sentiva la gola bruciare e sputò a terra saliva, sangue e un dente.
Un altro. A furia di continuare in quella maniera, prima dei vent’anni si sarebbe ritrovato sdentato.
E allora come avrebbe fatto a mangiare?
L’idea di sopravvivere a birra e rhum non lo disgustava. Ma nemmeno lo allettava.
Lo stomaco, al pensiero, protestò ferocemente e lo aggredì con un crampo improvviso.
Si piegò a terra, Zoro, le ginocchia avevano deciso di fare forfait, senza il consenso del suo cervello.
“Andiamo…” smozzicò a denti stretti, mentre gli ansiti e il passo pesante in corsa, dei due vecchi ubriaconi alle sue spalle si facevano sempre più vicini, sempre più minacciosi.
Si trascinò a malapena dietro una grossa, pesante botte, colma di catrame, a giudicare dall’odore.
E attese.
Come da copione, quelli gli sembrarono gli attimi più lunghi di tutta la sua breve esistenza.
Se si concentrava, poteva sentire addirittura il battito frenetico del suo cuore pompare attraverso la gabbia toracica. Il sangue fluire in tutte le sue vene e caricare lì, dove si squarciavano le ferite.
I suoi ansiti sibilavano isterici fra i suoi denti, troppo assordanti per un uomo che cerca disperatamente di nascondersi.
Sapeva che c’era una sola cosa da fare. E la fece.
Serrò la presa alla sua katana. Ne saggiò la consistenza, e la svestì lentamente.
Ne udì il cristallino respiro metallico, quando la lama venne liberata; ma lo scintillio solenne della sua superficie lo derise, rimandandogli la sua immagine distrutta.
Zoro stava chiedendo conforto, stava pregando per una protezione e la maledetta cosa faceva? Si burlava di lui.
Perchè sapeva che sarebbe stata trattata con i guanti, in ogni caso, la stronza.
Di contro era consapevole che lei, sedotta da tempo da promesse di sangue, avrebbe fatto semplicemente il suo dovere.
Uno scambio reciproco.
I passi erano ormai a un batter di ciglia da lui. Le ombre già incombevano.
Il ragazzo si trascinò in piedi, ispirato dal palpito costante dell’anima della Wado Ichimonji che ora fremeva, impaziente, pregustando il suo lauto pasto.
Sembrarono solo eleganti sospiri di lama nell’aria, quando Zoro sferrò il suo attacco.
Lampi di metallo, sangue e gemiti.
La regina si era nutrita.
Peccato che lo spettacolo dei corpi morenti non saziarono esattamente la fame di lui.
Lo stomaco di nuovo ruggì in dissenso, e un conato di vomito gli risalì su per la gola, implacabile.
Frenò quel miserabile riflusso e rinfoderò la spada.
Senza gloria né onori tolse il disturbo e si lasciò inghiottire dalla notte.
