elivi wrote in wild_inks

RPF - "Il confine" (Melissa/Zach)

Titolo: Il confine
Fandom: RPF
Personaggi: Melissa George, Zachary Quinto
Pairing: Zach/Melissa
Rating: PG
Parole: 1154
Warnings: One Shot
Dislcaimers: Tutto ciò che viene narrato in questo racconto è frutto di fantasia. La storia non è stata scritta a scopo di lucro. I personaggi descritti non mi appartengono.
Note: Vagamente ispirato a una scena di "Un Amore" di Buzzati. Situazioni e personaggi completamente differenti, in ogni caso.





Premessa: Tutto questo continua ad essere frutto di deliri costanti. Ma viva l'immaginazione. Sere, per te, perchè sì.

IL CONFINE

Nemmeno il rumore della pioggia, sul tettuccio della macchina, era in grado di placarlo.
Sebbene la pioggia fosse, da sempre, il suo calmante naturale.
Eppure ogni macchina che si appostava nei paraggi, ogni passante che si avvicinava, con il suo passo rapido per la via, accendeva il suo campanello d'allarme.
Il cuore prendeva a pulsare dall'eccitazione nel suo petto e la delusione era indicibile ogni volta che capiva che niente di quello che gli stava girando attorno era destinato a lui.
Sapeva di non poterle dare la colpa di niente. Lei non sapeva che sarebbe finito sotto casa sua, quella sera.
Si era ritrovato a vagare per la città senza pace, suo malgrado. Il silenzio della sua casa insopportabile e il rumore della pioggia, sui vetri, per strada, era solo un tam tam che lo spronava a fare qualcosa di diverso.
La segreteria taceva da troppi giorni. Il suo telefono non riceveva la telefonata sperata.
Gli aveva assicurato che si sarebbe fatta sentire. Gli aveva detto che avrebbe fatto il possibile, ma aveva taciuto fino a quel pomeriggio. Il suo stringato messaggio. Poche, fredde lettere su un monitor: torno domani sera.
Niente altro. Non un saluto, non una firma. Nulla.
E lui aveva aspettato che la sera arrivasse. Che il maledetto sole sparisse oltre i palazzi della città. Perché solo la notte gliela avrebbe riconsegnata.
Ma l'attesa era agonia pura. E allora perché non rincorrere il buio?
Salire in macchina, dimenticare a casa il cellulare e correre da lei, senza preavviso, come se non fosse nei patti l'idea di non farsi vedere per nessun motivo nei paraggi dell'abitazione dell'altro.
Ma non ci era riuscito. Aveva girato a vuoto per un paio d'ore, fin quando il serbatoio non gli aveva segnalato allarme rosso.
Era finito esattamente sotto casa sua. Nella sua via, solitaria, allagata di pioggia.
Il buio lo aveva raggiunto, ma non si era placata l'ansia che gli sembrava scivolasse via in rivoli scomposti sul parabrezza dell'auto, assieme a quelli lasciati dalla pioggia. Continue ondate in caduta libera.
Era convinto che quella sera glielo avrebbe detto. Che le avrebbe chiesto di fare quella scelta rimandata da troppo tempo. Un argomento quasi mai nemmeno sfiorato, ma ormai così ingigantito dal silenzio da risultare enorme, insopportabile, pronto per l'esplosione.
Sapeva che ogni volta poteva essere quella buona ed era consapevole del fatto che avrebbe potuto decretare l'inizio o la fine di tutto, ma troppo spesso gli sembrava di impazzire a pensare di doversi nascondere in continuazione, di poterle rubare solo attimi, per trasformarli in quelle briciole di felicità che gli davano dipendenza. Il resto gli sembrava una non vita fatta di menzogne.
Il lavoro lo manteneva lucido. Riuscire a diventare un altro, per il resto della giornata, era quasi un sollievo. Però mendicava una chiamata, un messaggio su quella segreteria che svuotava ogni sera. Il timore del mancato recapito di un messaggio, la relazione che si tramutava in ossessione.
Relazione. Una parola che gli circolava nella testa ma che non aveva mai pronunciato, nemmeno parlandone con lei.
Più ci pensava, più gli doleva il capo. Più tentava di non ingigantire il problema, più quello si arricchiva di particolari affatto ignorabili.
Un circolo vizioso che presto lo avrebbe portato alla follia.
E lei? Lei che viveva in quell'assurdo equilibrio (imperfetto) che non poteva spezzare? Una vita divisa fra la famiglia e l'amore di un altro uomo, e quella condivisa con lui. Quei coriandoli di esistenza che gli concedeva di tanto in tanto, negli intervalli di tempo. La vita alternativa, trasgressiva, che si ritagliava come un vizio, che accendeva e spegneva come una sigaretta, che bruciava in fretta, che gettava alla fine, consapevole che presto o tardi ce ne sarebbe stata un'altra.
Avrebbe dovuto sentirsi umiliato? Indignato?
A volte considerava un miracolo il tempo che lei si impegnava a ragalargli. Nonostante gli impegni, le corse agli aeroporti, i minuti contati aspettando l'arrivo di un taxi.
Le notti, le rarissime notti, in un motel lontano dalle luci della città.
Quei momenti passati a scambiarsi chiacchiere frivole a raccontarsi del loro passato, mai a progettare un futuro se non, forse, a macchinare il loro prossimo incontro.
La struggente malinconia che accompagnava ogni distacco, la consapevolezza che sarebbe stata rimpiazzata presto dall'euforia di un nuovo appuntamento.
Posò la testa allo schienale, le mani abbandonate sulle ginocchia, ad ascoltare il rumore della pioggia, stasera odioso come il battito del suo doloroso cuore.
Poi come un presentimento, volse il capo verso il finestrino appannato. Fra le venature d'acqua avanzava una figura. Un trolley e un ombrello rosso, il passo affannato di chi ha fretta, non di chi vuole evitare la pioggia.
La vide rallentare, esitare, fermarsi poco prima di raggiungere il cancello del palazzo.
Lo guardava, fissava quella macchina ed era sicuro che l'avesse riconosciuta, fra tante, anche lei colta da un presentimento incomprensibile.
L'ansia svanì di colpo e, come ogni altro incontro, sollievo ed eccitazione fluirono improvvisamente nel suo animo rianimandolo come linfa vitale.
Non si mosse però, ansioso di scoprire cosa avrebbe deciso di fare. Nemmeno si chiese perché era sola, nemmeno si era posto il problema di capire che fine avesse fatto suo marito, di solito così presente in ogni suo spostamento. Sapeva di correre un rischio fin da quando aveva parcheggiato lì la sua macchina, ma era pronto ad affrontarlo, ad accampare qualsiasi scusa pur di poterla vedere, anche solo per un istante.
Oh, come lo avrebbe odiato poi, probabilmente, e come lo avrebbe rimproverato duramente, con quei suoi occhi che si infiammavano per un nonnulla.
Ma non gli importava, non gliene importava niente.
La vide infine avanzare verso di lui, abbandonare l'ombrello e poi il trolley, in una corsa disperata.
Si ritrovò anch’egli nella pioggia a condividere un abbraccio inaspettato.
Si rivide in moviola, aprire la portiera della macchina, rimettersi in piedi e fare solo due passi, prima di venire investito da un turbine di capelli biondi e quel profumo sofisticato che si fondeva con quello dell'acqua che scorreva impietosa sui loro corpi avvinghiati.
Ci furono singhiozzi e mezze parole, petti scossi da un pianto inarrestabile.
E quel "Stavo per dirglielo" sussurrato, incerto, come se fosse una colpa, un peccato mortale.
Dunque era questo? Allora non era il solo?
La cosa stava diventando ingestibile per entrambi, ma non riusciva a cercare soluzioni o parole consolatorie. Riusciva solo a realizzare di averla fra le braccia, di sapere adesso che lo amava, almeno quanto lui amava lei, forse di più. Tanto da desiderare di distruggere la metà di quella vita che la teneva lontana.
Si sentì un egoista e poi un ingrato, e infine riunì in un bacio il fiume di considerazioni che non riusciva ad esprimere a parole.
A lei parvero bastare. Forse avevano solo bisogno di essere vicini ancora una volta. L'unica vera condizione in cui non vi era insicurezza o indecisione.
Riuniti, in bilico, sulla linea di confine, pronti a cadere da un momento all'altro, ancora di salvezza reciproca.