elivi wrote in wild_inks

Heroes - "The silence gets us no where" (Sylar)

Titolo: The silence gets us no where
Fandom: Heroes
Personaggi: Gabriel Gray/Sylar
Rating: PG13
Parole: 1292
Warnings: One Shot
Links: EFP





THE SILENCE GETS US NO WHERE

Entrai nel locale.

Un posto affollato di gente. Il chiacchiericcio e la puzza erano quelli tipici del dozzinale fast food americano.

Il pavimento appiccicaticcio di salse faceva scricchiolare fastidiosamente la suola delle mie scarpe.

Scansai il frappé rovesciato da un ragazzino. Ora piangeva disperato fra le grasse braccia della madre.

Ne avrebbe ottenuto un altro da lì a breve. Ne avrebbe ottenuto un altro e si sarebbe imbottito come un bignè alla crema.

Poi forse avrebbe vomitato una poltiglia di cioccolato e patatine fritte.

Disgustoso.

Quanto il fatto che avessi deciso di prendere la porta di quel posto per fare colazione.

Non so esattamente perché, ma quando ho la mente confusa faccio cose senza che il mio cervello lo registri.

Come uscire dal mio appartamento, dal mio negozio, per una boccata d’aria e finire un po’ dove i piedi mi portano.

Il silenzio alle volte diventa così soffocante. Il sibilo nelle orecchie così insopportabile, la rete dei pensieri troppo fitta e dolorosa. E una forza mostruosa, al centro del petto che pretende di urlare, ma nel silenzio non si azzarda.

Il timore di infrangere il santuario di libri e odore d’olio di ingranaggi.

Che possono rappresentare un mix letale alle volte.

Non sono stato figlio delle droghe, non ho mai provato uno spinello. O una canna che dir si voglia.

Se ho fumato una sigaretta, una volta, è stato perché ero incuriosito dal sottile piacere che sembravano provare gli altri nel farlo.

Ho finito per rubarne una all’ora di ricreazione, alle superiori, e provarla in solitaria, sulle scale del retro.

Un po’ patetico.

La mia carriera di fumatore sfumò, letteralmente, in un pomeriggio. Non ci ho più provato, perché quel sottile piacere, io, non sono riuscito ad assaporarlo.

Non ne vale la pena, se la prima volta non desideri ripetere l’esperienza.

Mi avvicinai al bancone, di fronte a me un energumeno che pretendeva di pagare tutto in spiccioli.

Non che avessi fretta, ma già cominciavo a subire l’ipocondria di quel posto.

Alle spalle, un gruppo di ragazzine profumate, rideva.

Sentii il dolente mal di testa che mi aveva accompagnato per tutta la mattinata, e mi aveva impedito di lavorare, tornare a presentarsi ferocemente.

Confusione.

Confusione che accompagnava i miei gesti e i miei pensieri.

Non riuscivo più a domarla da qualche tempo. Nella mia piatta e razionalissima vita, qualcosa aveva smesso di funzionare.

Una nebulosa che doveva essere dissipata immediatamente.

Ma niente strizzacervelli. Ho sempre pensato che fossero solo una stupida perdita di tempo.

Per parlare con uno sconosciuto non serve finire in un freddo studio arredato di tutto punto e pagare.

Basta salire su un treno. Sedere, con uno stormo di piccioni, su una panchina del parco. Il vecchino che attacca bottone lo scovi sempre. E ci scappa, bene o male, una confidenza.

Sempre che non finisci sommerso dalla sequela di chiacchiere di ere passate, che riportano immancabilmente alla guerra.

Inspirai a fondo quando finalmente fu il mio turno, non ero del tutto sicuro di avere un’idea ben chiara di quello che avrei voluto mangiare. In realtà mi resi conto di non avere fame per nulla.

“Un caffè” era tutto quello che desideravo. Ma la ragazza non mi guardava già più e chiuse cassa.

Devo dire che ci rimasi male.

La richiamai un paio di volte, sperando in un ripensamento, e quel “Ehi, ma non mi ha visto?” forse lo ripetei una volta di troppo con un tono che sapeva di supplica.

Le voci tutt’intorno si fecero improvvisamente così assordanti e il dolore al cranio così insopportabile che la cosa più logica che mi sembrò di fare, fu estrarre la mia pistola.

Infilata con noncuranza nella tasca della mia giacca.

La guardai affascinato per qualche istante, senza nemmeno sapere quando, ma soprattutto come, ci fosse finita una tale meraviglia nel taschino della mia giacca.

Riluceva sotto le luci artificiali del locale.

Ed era pesante, oh, così pesante.

Ero certo di non aver mai impugnato un’arma in vita mia. Nemmeno lo scacciacani dello zio Frank. Il cosiddetto fratello guerrafondaio di mamma.

Quello che aveva fatto la guerra in Vietnam, quello dei racconti splatter sui musi gialli, quello che era tornato per un’influenza, senza nemmeno vederlo, il Vietnam.

Eppure sapevo esattamente cosa farci con quell’arma. Sapevo come premere il grilletto e sapevo che per prendere la mira, dovevo alzare un po’ il tiro, perché il rinculo mi avrebbe destabilizzato.

Fu il richiamo del bambino del frappé a destarmi dal torpore ammirato di quell’oggettino tutto morte.

“Mamma, guarda quello con la pistola!”

E non fu solo la mamma a rivolgermi la sua adulante attenzione, ma tutto il locale.

Pensai di dover sopportare altre grida, ma ci fu solo un silenzio attonito ad accogliermi.

Seriamente, le reazioni dell’essere umano possono cogliere impreparati.

La mia, più di tutte, mi stupì.

Non avevo nemmeno pensato, fino a quel momento, di premere il grilletto e fare fuoco.

Per davvero, dico.

Eppure alzai il braccio, puntai la pistola, premetti il grilletto e sparai.

Dritto in fronte alla donna, madre del bambino frappé.

La sua testa esplose letteralmente, forse non avevo calibrato il colpo o forse avevo tra le mani un cannone in miniatura.

Brandelli di cervello, sangue e ossa si sparpagliarono sul pavimento, accanto all’ammasso di latte e cioccolato che ancora non era stato raccolto.

Il corpo cadde a terra con un tonfo sordo.

Una donna, forse, gridò.

Io per non sentire oltre, feci di nuovo fuoco, non avevo bisogno di altre grida, e a colmare il silenzio bastava la deflagrazione del proiettile.

Feci esplodere una seconda testa, e poi una terza. Perforai il petto ad un intruso e gambizzai un uomo che correva verso l’uscita.

Il divertimento era appena cominciato, la confusione nella mia testa si faceva sempre meno insistente.

Vedevo lucidamente il percorso che mi si profilava di fronte.

Essere ignorato aveva acceso la fiamma, aperto la ragione.

La solitudine, il silenzio, la tristezza, si affievolivano ad ogni colpo, ad ogni schizzo di sangue che bagnava quel sudicio pavimento.

Mondava le colpe, dissipava la mia paura.

Ora mi vedevano, vedevano veramente.

E quando le voci, le grida, non divennero che lo sfondo al mio delirio pulsante di onnipotenza, qualcuno mi urtò.

“Deve ordinare?” la voce scocciata della donna e il suo bambino frappé.

“S-scusi?”

“Le ho chiesto se devo ordinare!”

Mi voltai solo per ritrovarmi il viso della cassiera che aspettava di servirmi.

Alla fine non l’aveva chiusa la cassa?

Forse le avevo fatto pena.

“Un caffè…” dissi solo, molto confuso e affatto rincuorato.

Mi servì celermente, senza nemmeno guardarmi. Forse quello fu peggio della mera indifferenza.

Ero tornato ad essere la massa. Solo la massa. Cliente occasionale e un po’ ottuso di un locale anonimo.

Pagai e uscii nella città.

Forse la solitudine non era poi così malvagia, in fondo.

Andavo cercando approvazione o notorietà? Nella mia mente la bramavo, nella realtà delle cose, probabilmente la rifuggivo, da sempre.

E solo nel mio mondo onirico, sfogavo la mia violenza e la mia rabbia, radicata, sprofondata, soffocata di anni colmi di frustrazione e solitudini mai cercate. Mi compiacevo della mia violenza, pentendomene amaramente poi, realizzando più tardi quanto crudele e infimo e immondo e subdolo fosse l’animo umano.

Mi chiesi se mai avrei avuto, un giorno, il coraggio di fare ciò che solamente immaginavo, da mesi ormai.

Non indagai a fondo però, terrorizzato dalla possibile risposta.

Potevo considerarmi l’essere più speciale della terra, quando mi ritrovavo solo a respirare odore di vecchi libri ed olio di ingranaggi rotti.

La cosa che sapevo fare meglio.

Lavorare al modello che cercavo di riparare da anni. Tedesco.

Sorrisi e mi misi all’opera, dimenticando il caffè che mi aveva portato lontano da ciò che amavo veramente.

Poi però il campanello, alla porta del negozio, tintinnò.

Un indiano fece il suo ingresso.