[The following] I will make you hurt
Personaggi: Ryan Hardy, Mike Weston (Ryan/Mike)
Rating: R
Genere: angst
Avvertimenti: death character (canon -?), dub-con (un poco), oneshot, slash
Timeline/Spoiler: come timeline direi "s2", ma nessuno spoiler, solo speculazioni/headcanon personali
Conteggio Parole: 961 (FDP)
Prompt: angry!sex per la quarta missione della sesta settimana del CowT | #74 vuoto inaspettato per 500themes_ita
Dedica/ringraziamenti: sempre un grazie alla femili e in particolar modo ad
anybeaver ♥
Disclaimer: "Io scherzo... forse." (cit. A.Costa) // I personaggi non sono miei, ma degli autori e di chiunque ne abbia diritto; tanto meno sono utilizzati a fini di lucro, ma solo per mero piacere personale.
Note: Il titolo è una frase della canzone Hurt di Johnny Cash.
Questa fic segue Let him go e precede Va tutto bene.
“Joe Carroll colpisce ancora.”
Era scritto in grande sulla parte bassa dello schermo della tv; era la notizia che dominava tutti i telegiornali in onda. Dopo che i media avevano scoperto che era ancora vivo la paura era tornata ad aggirarsi per il paese. Non che fosse stato Joe a volere una tale fuga di notizie, Ryan ne era sicuro, ma quando si condividevano le informazioni con un tale numero di persone era impossibile tenere tutto sotto controllo. Il malcapitato, però, aveva pagato un prezzo fin troppo alto per la propria disattenzione.
Ryan stava seguendo il servizio senza ascoltarlo davvero mentre si versava il caffè, e anche se si sentiva male per ciò, oramai era difficile considerarle delle “notizie dell’ultima ora”, tutto quello che cambiava era il nome della vittima. Prese la tazza e si diresse verso il divano, ma appena aggirata l’isola della cucina dovette appoggiarvisi.
“... in realtà si tratta di Claire Matthews, ex moglie di Joe Carroll. Era stata messa nel servizio di protezione testimoni dell’FBI, ma pare che...”
Dopo quelle parole, Ryan smise di prestare attenzione alla televisione o a qualsiasi altra cosa. Non riusciva a credere che fosse vero, era... Il suo cervello era uno spazio vuoto, tutto il suo corpo si sentiva svuotato e sfinito. Molte persone definivano “docce gelate” le notizie sconvolgenti, quello era stato molto peggio, era come non trovarsi più nello stesso posto, non riuscire a credere di aver vissuto nella menzogna per così tanto tempo, mentre tutti intorno a te sapevano la realtà. Sapeva che non era proprio così, eppure si sentiva tradito. Da Claire, dall’FBI e, in particolare, da Mike... Mike che era per strada diretto a casa sua. Gli aveva telefonato poco prima di accendere la televisione, dovevano discutere di nuove prove, vecchi dettagli che potevano aver sottovalutato e non sapeva più cosa. Fanculo. Nulla di tutto quello aveva più senso.
“Ryan!”
Weston aveva fatto prima di quel che credesse e, dal tono della sua voce, doveva essere stato informato della notizia -- e forse sperava che lui non l’avesse ancora saputo. Aveva voglia di prenderlo a pugni.
“Ryan?”
Si voltò verso la porta di casa. Il suo appartamento era così piccolo, e Mike oramai così vicino che era troppo facile cedere alla tentazione. Lo bloccò contro il muro che divideva l’ingresso dal salotto, le mani strette attorno ai risvolti della sua giacca.
“Mi hai mentito! Per tutto questo tempo...”
“Non potevo dirtelo!”
“Niente scuse! Mi hai detto che era morta.”
“Dovevo... Ryan, lasciami andare.”
“No! No, no.”
Mike lo afferrò a sua volta per la maglia, tentando di liberarsi, ma lui continuava a tenerlo sul posto. Lasciarlo andare avrebbe significato arrendersi a tutto quello e non poteva farlo. Dover affrontare la morte di Claire per la seconda volta era qualcosa che non voleva fare.
Si sentì trascinato in avanti, e non era sicuro se fosse stata una sua volontà o se era stato strattonato dall’altro, ma le labbra di Mike erano morbide sotto le proprie. I denti graffiavano e affondavano nella carne, le mani vagavano sui corpi tirando e sbottonando i vestiti, raggiungendo la pelle calda che fremeva sotto quei tocchi. Non erano carezze delicate, nessuna gentilezza ma graffi e versi rochi, un dolore lancinante trasformato in bisogno fisico, bisogno di male fisico per superarlo.
Avrebbe dovuto farlo girare, sarebbe stato molto più semplice, ma non voleva perdere tempo, nessuna distrazione che avrebbe potuto portarlo a cambiare idea. Gli sollevò una gamba e lo penetrò quasi senza preparazione.
Il lamento sofferente di Mike era appagante e superava il proprio stesso dolore mentre continuava a spingersi in lui. Non meritava pietà, come non ne aveva avuta con lui. E poi smise di pensare a qualsiasi cosa, l’aria riempita solo dai loro gemiti, i nomi ripetuti e le lacrime che non volevano smettere di scorrere dai suoi occhi. Non si preoccupò nemmeno di avvertirlo prima di venire però, in qualche modo, Mike doveva essersene accorto perché lo strinse di più a sé, le braccia intrecciate dietro la sua testa, e lo baciò.
Ancora quella tenerezza, di nuovo, quella che quasi un anno prima gli aveva fatto capire quanto fossero fottuti, entrambi, e non nel modo migliore. Lasciò il suo corpo ma rimase appoggiato contro di lui e il muro alle sue spalle, non riuscendo ancora a smettere di tremare. Mike stava giocando con le dita tra i suoi capelli, lievi carezze mentre scivolava per terra e lo portava con sé, lasciandolo sfogare e posando piccoli baci sulla sua fronte.
Non parlarono per quella che gli era sembrata un’eternità e quando riuscì a calmarsi, il primo a rompere il silenzio confortante nel quale erano caduti fu il ragazzo. “Mi dispiace, Ryan. Mi dispiace così tanto...”
“Anche a me.”
Non era sicuro di cosa si stesse scusando, ma se Mike aveva avuto dei dubbi non li espresse.
“Lo so. E...” Doveva aver pianto anche lui, perché lo sentì tirare su con il naso. “Potrà sembrarti insensibile una frase del genere, ma dobbiamo tornare al lavoro e ho davvero bisogno di usare il tuo bagno per una doccia.”
Ryan annuì e si spostò. Quando furono entrambi in piedi, si sistemò i pantaloni e indicò la direzione generale della stanza e disse: “Ti porto un paio di asciugamani.”
“Grazie. Ah, non preoccuparti, non penso che quanto successo significhi più di quello che è stato.”
Tentò una risata umoristica, stringendo tra le mani i propri jeans, ma uscì solo un verso nervoso e Ryan si limitò di nuovo ad annuire, ben cosciente che si stava riferendo al suo comportamento di mesi prima. Andò in camera e prese gli asciugamani – ci aggiunse una t-shirt e una felpa pulita – mentre Mike lo attendeva in corridoio.
“Grazie.”
“Non preoccuparti. Intanto preparo del caffè.”
Doveva comportarsi in modo normale, non lasciarsi andare, doveva concentrarsi sul lavoro e mettere fine, una volta per tutte, a quella ridicola e pericolosa storia del culto di Joe Carroll.
Rating: R
Genere: angst
Avvertimenti: death character (canon -?), dub-con (un poco), oneshot, slash
Timeline/Spoiler: come timeline direi "s2", ma nessuno spoiler, solo speculazioni/headcanon personali
Conteggio Parole: 961 (FDP)
Prompt: angry!sex per la quarta missione della sesta settimana del CowT | #74 vuoto inaspettato per 500themes_ita
Dedica/ringraziamenti: sempre un grazie alla femili e in particolar modo ad
Disclaimer: "Io scherzo... forse." (cit. A.Costa) // I personaggi non sono miei, ma degli autori e di chiunque ne abbia diritto; tanto meno sono utilizzati a fini di lucro, ma solo per mero piacere personale.
Note: Il titolo è una frase della canzone Hurt di Johnny Cash.
Questa fic segue Let him go e precede Va tutto bene.
“Joe Carroll colpisce ancora.”
Era scritto in grande sulla parte bassa dello schermo della tv; era la notizia che dominava tutti i telegiornali in onda. Dopo che i media avevano scoperto che era ancora vivo la paura era tornata ad aggirarsi per il paese. Non che fosse stato Joe a volere una tale fuga di notizie, Ryan ne era sicuro, ma quando si condividevano le informazioni con un tale numero di persone era impossibile tenere tutto sotto controllo. Il malcapitato, però, aveva pagato un prezzo fin troppo alto per la propria disattenzione.
Ryan stava seguendo il servizio senza ascoltarlo davvero mentre si versava il caffè, e anche se si sentiva male per ciò, oramai era difficile considerarle delle “notizie dell’ultima ora”, tutto quello che cambiava era il nome della vittima. Prese la tazza e si diresse verso il divano, ma appena aggirata l’isola della cucina dovette appoggiarvisi.
“... in realtà si tratta di Claire Matthews, ex moglie di Joe Carroll. Era stata messa nel servizio di protezione testimoni dell’FBI, ma pare che...”
Dopo quelle parole, Ryan smise di prestare attenzione alla televisione o a qualsiasi altra cosa. Non riusciva a credere che fosse vero, era... Il suo cervello era uno spazio vuoto, tutto il suo corpo si sentiva svuotato e sfinito. Molte persone definivano “docce gelate” le notizie sconvolgenti, quello era stato molto peggio, era come non trovarsi più nello stesso posto, non riuscire a credere di aver vissuto nella menzogna per così tanto tempo, mentre tutti intorno a te sapevano la realtà. Sapeva che non era proprio così, eppure si sentiva tradito. Da Claire, dall’FBI e, in particolare, da Mike... Mike che era per strada diretto a casa sua. Gli aveva telefonato poco prima di accendere la televisione, dovevano discutere di nuove prove, vecchi dettagli che potevano aver sottovalutato e non sapeva più cosa. Fanculo. Nulla di tutto quello aveva più senso.
“Ryan!”
Weston aveva fatto prima di quel che credesse e, dal tono della sua voce, doveva essere stato informato della notizia -- e forse sperava che lui non l’avesse ancora saputo. Aveva voglia di prenderlo a pugni.
“Ryan?”
Si voltò verso la porta di casa. Il suo appartamento era così piccolo, e Mike oramai così vicino che era troppo facile cedere alla tentazione. Lo bloccò contro il muro che divideva l’ingresso dal salotto, le mani strette attorno ai risvolti della sua giacca.
“Mi hai mentito! Per tutto questo tempo...”
“Non potevo dirtelo!”
“Niente scuse! Mi hai detto che era morta.”
“Dovevo... Ryan, lasciami andare.”
“No! No, no.”
Mike lo afferrò a sua volta per la maglia, tentando di liberarsi, ma lui continuava a tenerlo sul posto. Lasciarlo andare avrebbe significato arrendersi a tutto quello e non poteva farlo. Dover affrontare la morte di Claire per la seconda volta era qualcosa che non voleva fare.
Si sentì trascinato in avanti, e non era sicuro se fosse stata una sua volontà o se era stato strattonato dall’altro, ma le labbra di Mike erano morbide sotto le proprie. I denti graffiavano e affondavano nella carne, le mani vagavano sui corpi tirando e sbottonando i vestiti, raggiungendo la pelle calda che fremeva sotto quei tocchi. Non erano carezze delicate, nessuna gentilezza ma graffi e versi rochi, un dolore lancinante trasformato in bisogno fisico, bisogno di male fisico per superarlo.
Avrebbe dovuto farlo girare, sarebbe stato molto più semplice, ma non voleva perdere tempo, nessuna distrazione che avrebbe potuto portarlo a cambiare idea. Gli sollevò una gamba e lo penetrò quasi senza preparazione.
Il lamento sofferente di Mike era appagante e superava il proprio stesso dolore mentre continuava a spingersi in lui. Non meritava pietà, come non ne aveva avuta con lui. E poi smise di pensare a qualsiasi cosa, l’aria riempita solo dai loro gemiti, i nomi ripetuti e le lacrime che non volevano smettere di scorrere dai suoi occhi. Non si preoccupò nemmeno di avvertirlo prima di venire però, in qualche modo, Mike doveva essersene accorto perché lo strinse di più a sé, le braccia intrecciate dietro la sua testa, e lo baciò.
Ancora quella tenerezza, di nuovo, quella che quasi un anno prima gli aveva fatto capire quanto fossero fottuti, entrambi, e non nel modo migliore. Lasciò il suo corpo ma rimase appoggiato contro di lui e il muro alle sue spalle, non riuscendo ancora a smettere di tremare. Mike stava giocando con le dita tra i suoi capelli, lievi carezze mentre scivolava per terra e lo portava con sé, lasciandolo sfogare e posando piccoli baci sulla sua fronte.
Non parlarono per quella che gli era sembrata un’eternità e quando riuscì a calmarsi, il primo a rompere il silenzio confortante nel quale erano caduti fu il ragazzo. “Mi dispiace, Ryan. Mi dispiace così tanto...”
“Anche a me.”
Non era sicuro di cosa si stesse scusando, ma se Mike aveva avuto dei dubbi non li espresse.
“Lo so. E...” Doveva aver pianto anche lui, perché lo sentì tirare su con il naso. “Potrà sembrarti insensibile una frase del genere, ma dobbiamo tornare al lavoro e ho davvero bisogno di usare il tuo bagno per una doccia.”
Ryan annuì e si spostò. Quando furono entrambi in piedi, si sistemò i pantaloni e indicò la direzione generale della stanza e disse: “Ti porto un paio di asciugamani.”
“Grazie. Ah, non preoccuparti, non penso che quanto successo significhi più di quello che è stato.”
Tentò una risata umoristica, stringendo tra le mani i propri jeans, ma uscì solo un verso nervoso e Ryan si limitò di nuovo ad annuire, ben cosciente che si stava riferendo al suo comportamento di mesi prima. Andò in camera e prese gli asciugamani – ci aggiunse una t-shirt e una felpa pulita – mentre Mike lo attendeva in corridoio.
“Grazie.”
“Non preoccuparti. Intanto preparo del caffè.”
Doveva comportarsi in modo normale, non lasciarsi andare, doveva concentrarsi sul lavoro e mettere fine, una volta per tutte, a quella ridicola e pericolosa storia del culto di Joe Carroll.
