Listens: Let her go, Passenger

[The following] Let him go

Personaggi: Ryan Hardy, Mike Weston (Ryan/Mike)
Rating: NC17
Genere: angst, erotico
Avvertimenti: missing moment, oneshot
Timeline/Spoiler: 2x01, subito dopo la scena flashback nel bar
Conteggio Parole: 2724 (FDP)
Prompt: age difference per la terza missione della quinta settimana del CowT
Dedica: alla femili, senza di loro non ce l'avrei mai fatta. In particolar modo ad anybeaver per l'aiuto e supporto costante. ♥
Disclaimer: "Io scherzo... forse." (cit. A.Costa) // I personaggi non sono miei, ma degli autori e di chiunque ne abbia diritto; tanto meno sono utilizzati a fini di lucro, ma solo per mero piacere personale.
Note: una volta o l'altra Mike prenderà a pugni Ryan; quella volta non è nemmeno in questa fanfic, ma ne avrebbe avuto motivo anche ora.
Per il titolo si ringrazia spotify, con una piccola modifica. xD (Era Let her go, Passenger)




Aveva osservato Mike andarsene e poi era tornato a bere con quelle belle ragazze. Che c’era di male? Claire era morta, qualsiasi cosa avesse fatto non sarebbe tornata in vita, quindi perché preoccuparsi? Era morto anche Joe, doveva festeggiare la vittoria della legge, no? E il fatto che fossero passati mesi da quel giorno al faro era solo un piccolo dettaglio. Un piccolo, stupido dettaglio irrilevante. Era grande abbastanza da decidere da solo cosa fare o non fare, grazie mille.
Tentò di inserire la chiave nella toppa della porta ma quella stupida cosa non ne voleva sapere di fare il suo dovere. Tirò un pugno contro il legno solido poi vi appoggiò la fronte e chiuse gli occhi, il sollievo fresco durò troppo poco. Nonostante quello che credeva, non era più riuscito a distrarsi, aveva posato il drink che aveva in mano, pagato il conto e se ne era venuto a casa. Tirò un nuovo pugno, anche se tentare di sbloccare la serratura sarebbe stata un’idea migliore.
A un certo punto si sentì sbilanciare in avanti, aprì gli occhi e tentò di non cadere. Fu difficile quando notò Mike che lo osservava da dietro la porta socchiusa, gli occhi azzurri ancora più grandi del solito, spalancati in sorpresa.
“Ryan, cosa ci fai qui?”
“No, cosa ci fai tu in casa mia!”
Il ragazzo scosse la testa e sospirò prima di aprire del tutto la porta. “Entra, non posso lasciarti andare in giro così.”
Ryan avanzò e si guardò intorno, spaesato; Mike aveva ragione, non era a casa sua. Si portò una mano alla testa, la gola secca.
“Vieni, ti preparo un caffè.” Lo superò, guidandolo fino alla piccola cucina, e gli diede le spalle mentre armeggiava con la macchina del caffè.
Lui si sedette su una sedia del tavolo da pranzo e attese. Quando l’altro ebbe finito, gli chiese anche un bicchiere d’acqua. Mike lo servì e poi si sedette davanti a lui, studiandolo mentre lui beveva. “Chiederti perché sei qui è inutile, vero?”
“Penso di sì. Scusa, me ne vado via appena sto meglio.”
La testa girava e faceva male e non aveva sul serio voglia di muoversi, ma non poteva restare lì. Non ci sarebbe dovuto andare in primo luogo, che cazzo gli era preso? Stava per alzarsi, ma Mike era già scattato in piedi per versargli il caffè.
“Non preoccuparti, non stavo dormendo. Zucchero?”
“No, grazie.”
Hardy avvolse le mani attorno alla tazza calda e rimase a fissare il liquido al suo interno come se potesse vederci un motivo valido. Un motivo per cui era lì, un motivo per restare... un motivo per andarsene.
Non c’era niente, non riusciva a pensare a nulla, quindi rimase in silenzio a sorseggiare il caffè, sperando che sarebbe arrivato qualcosa da dire. Eppure era sicuro che un tempo, non troppo lontano, sarebbe riuscito a farsi venire in mente decine di ragioni molto più che valide.
“Ryan...”
Alzò gli occhi, Mike lo stava fissando con una rinnovata serietà. “Mhm?”
“So che non è il momento più adatto, ma per quanto ho detto prima...”
“Non ora, Mike.”
Era stanco e non riusciva a pensare a niente, figurarsi affrontare quella discussione. Perché doveva insistere così tanto su quella cosa?  Era lui, Ryan Hardy, quello che aveva infranto la legge e che sarebbe stato punito, cosa gliene importava a lui?
Il ragazzo si alzò e lui fece per seguirlo, ma Mike lo bloccò. “Resta pure lì.”
Ryan tornò a fissare la tazza ora quasi vuota, le mani ancora strette a essa. Si sentiva un idiota, era andato lì senza rendersene conto, in pratica, guidato solo da qualcosa che stava iniziando a riaffiorare man mano che l’alcool perdeva intensità nelle sue vene. Ma non voleva pensarci ora, voleva andarsene e dormire e soprattutto mettere più spazio possibile tra lui e il giovane Weston. Tirò indietro la sedia e si alzò, o almeno ci provò, ma inciampò nella gamba della sedia e si ritrovò per terra con un tonfo sordo e un’imprecazione a mezza voce.
“Ryan!” Non riusciva a distinguere se il tono del ragazzo fosse più spaventato o esasperato mentre lui tentava di rimettersi in piedi.
Mike era al suo fianco, un braccio intorno alle sue spalle l’altra mano sul suo petto per aiutarlo. “Ti avevo detto di restare a sedere. Va bene, vieni, ho fatto.”
Lo accompagnò fino al salotto e lo fece sedere sul divano. “Puoi restare qui, stanotte. Spero il divano vada bene.”
Hardy ciondolò la testa un paio di volte, in quello che doveva essere un cenno d’assenso, e poi, quando lo vide allontanarsi, gli prese il polso. Attese di incrociare i suoi occhi prima di dire: “Grazie.”
In risposta ricevette solo una scrollata di spalle. “Non preoccuparti.”

La cosa di cui fu cosciente subito dopo fu l’aroma di caffè e di uova che si era impossessato delle sue narici. Aprì gli occhi, la testa che pulsava, e venne sorpreso dalla luce naturale che avvolgeva ogni cosa. Non si era accorto di essersi addormentato, e tanto meno di essersi coperto. Si mise a sedere, lasciando che la coscienza si prendesse pieno possesso di sé, che si ricordasse dove fosse e perché fosse lì. Arrivò in cucina, Mike gli dava le spalle, trafficando davanti ai fornelli. Indossava una t-shirt e dei pantaloni morbidi, i capelli erano umidi; sembrava non essersi accorto di lui e tutta quella scena, così familiare, aveva un che di eccitante. Si leccò le labbra e avanzò ancora nella stanza. Non era stata sua intenzione di non farsi sentire, ma era decisamente più lucido della notte prima. Si fermò solo quando i loro corpi erano così vicini che lo sentì fremere e si voltò, scontrandosi con lui.
“Ryan, mi hai fatto spaventare.”
“Scusa.”
Nessuno dei due si spostò, però, occhi negli occhi. Ryan vi cercava un nuovo segnale di paura, o di ribrezzo, o di qualsiasi altra cosa che gli avrebbe fatto capire che stava avendo pensieri inadatti, eppure in quelle pupille dilatate non c’era niente di tutto ciò. Mike lo stava fissando con trepidazione, ansia e forse, qualcos’altro. Aveva paura a dargli un nome, ogni volta che se lo concedeva accadeva qualcosa di brutto. Alzò una mano a sfiorargli il viso, la guancia pungente di barba non fatta, così diversa da quella di Claire eppure altrettanto invitante.
Il rumore dell’olio che stava friggendo nella padella ruppe quell’incantesimo. Il disincanto improvviso lo fece allontanare, ma prima ancora che se ne rendesse conto, Mike portò le mani dietro il suo collo e lo tirò in avanti. Le labbra si scontrarono, una veloce puntura di dolore e il ragazzo iniziò a leccarlo, chiedendo di più. Non avrebbe voluto cedere, ma si rendeva conto di non avere scelta; ebbe appena la prontezza di riflessi di spegnere il gas prima di far scivolare le mani sotto la sua maglietta. Lo sentì trasalire un istante, forse sorpreso dal fatto che lui stesse davvero ricambiando quel bacio.
Forte di quella consapevolezza, Mike lo spinse indietro e fece scivolare le mani sul suo petto, afferrando la maglia di Ryan per sollevarla.
“Aspetta, Mike.”
Il ragazzo si bloccò e lo osservò negli occhi, serio. “Ryan, fammi un favore: stai zitto.”
Stava per replicare, ma Mike spinse in alto la t-shirt e gliela tolse, prima di mandarlo a sbattere contro il muro freddo e bloccare ogni sua lamentela o protesta con un bacio violento. Se quello di prima era stato improvviso e quasi timido, ora Mike stava prendendo il sopravvento con maggiore sicurezza. La stoffa della sua maglia che gli fregava contro i capezzoli stava diventando insopportabile. Lo allontanò quel tanto che bastava per spogliarlo e Mike lo aiutò, gettando la maglietta lontano, assieme alla sua.
Si presero un istante per studiarsi e Ryan si chiese come l’altro potesse rimanere lì impalato a fissarlo con un lieve sorriso sulle labbra. Avrebbe potuto avere chiunque volesse, uomo o donna, e invece era con lui e lo guardava come se fosse tutto quello che avesse mai desiderato. Abbassò lo sguardo sulle sue mani, ancora posate sui fianchi di Mike; la presa abbastanza lenta da permettergli di andarsene se voleva, ma anche abbastanza sicura da accertarsi che era la realtà.
“Possiamo andare avanti?”
Ryan sollevò di scatto la testa; Mike aveva un sorriso malizioso sulle labbra mentre si avvicinava con deliberata lentezza, una mano che risaliva sul suo petto, fermandosi sul pacemaker... sul suo cuore. In risposta, strinse di più la presa e annullò l’esigua distanza che ancora li separava. Oramai, con le loro erezioni una contro l’altra, era impossibile tirarsi indietro. Fu sempre Mike, però, il primo a cambiare le cose; portò le mani alla cintura e la slegò, passando subito al bottone e alla cerniera dei jeans. Li spinse giù assieme ai boxer e si inginocchiò davanti a lui, una mano vagò lungo la sua erezione prima che vi si avvicinasse con la bocca. Iniziò a leccarlo e stuzzicarlo, portandolo al limite con una maestria che, se avesse avuto voglia di perdersi in certe riflessioni, lo avrebbe sorpreso.
“Mi-Mike...”
Il ragazzo guardò in alto, le labbra ancora posate sul suo membro, e sorrise. Di certo non sembrava lo stesso giovane dall’anima candida che era tra le pareti del Bureau.
Ryan allungò una mano e lo invitò a sollevarsi; si chinò appena verso di lui, guidato solo dall’istinto, e lo incontrò a metà strada, incastrandolo in un altro bacio mentre tentava di liberarsi delle scarpe e degli indumenti residui con i piedi. Il tavolo era a pochi passi da loro e, già che c’era, meglio approfittarne.
“Sei troppo vestito.” Faceva fatica a riconoscere la propria voce, da quanto non desiderava qualcuno così?
Mike rise, indietreggiando senza allontanarsi mai troppo da lui, e tra un bacio e l’altro disse: “Iniziavo a temere non te ne importasse.”
Grugnì in risposta e gli abbassò pantaloni e boxer, spingendolo sul tavolo per toglierli del tutto. Risalì lentamente, accarezzandogli le gambe e fermandosi all’altezza dell’inguine; iniziò a giocare con il suo sesso e poi le palle, mentre gli baciava il petto e si soffermava sui capezzoli. Mike gli si strinse una mano tra i capelli e lo allontanò per reclamare l’ennesimo bacio. “Ryan, basta giocare. Scopami, ti va?”
Faceva strano sentirlo parlare così, tranquillo, di una cosa che imbarazza i più, eppure come in ogni cosa da quando lo aveva conosciuto, era ben determinato a ottenere quello che voleva. Un sorriso strano gli curvò le labbra e lo fece sdraiare sul tavolo, accompagnandolo così da far strusciare assieme le erezioni, mentre un pensiero si faceva strada nella sua mente.
“Farà male.”
Mike indicò un punto indefinito dietro di sé. “C’è l’olio sul ripiano della cucina, non hai scuse.”
Sorrise e Ryan gli prese il volto tra le mani prima di baciarlo come se andasse della sua vita. Stava facendo una sciocchezza, avrebbe dovuto mettere fine a tutto quello, ne andava davvero della sua vita, quella di Mike, e in ogni caso era troppo giovane e in gamba per perdere tempo dietro qualcuno come lui. Si sarebbero concessi quel momento di follia, poi gli avrebbe dovuto fare male sul serio, ma l’avrebbe superata. Aveva una vita, un lavoro, e forse non si sarebbero nemmeno più rivisti, una volta deciso della propria carriera.
Ryan!
Era adorabile, e disperato, e lui non riuscì a trattenersi dal ghignare prima di rispondergli: “Ora.”
Si allontanò per andare a prendere l’olio e si unse bene le dita prima di avvicinarle alla sua apertura. Si fece strada con un dito, senza fretta, lasciando che si abituasse a quella presenza estranea e osservandone il petto che si alzava e abbassava con controllata regolarità. Mike gli sorrise, osservandolo da sotto le palpebre abbassate, e allungò una mano a prendere quella di Ryan, posata sul suo fianco. La strinse mentre lui infilò un secondo dito, e si inarcò di più verso di lui assecondando i suoi movimenti. Iniziò ad ansimare e a mormorare parole sconnesse quando lui ebbe aggiunto un terzo dito. “Andiamo... Ryan...”
Si liberò dalla sua stretta per prendere ancora un po’ d’olio, lo fece scivolare sull’altra mano per lubrificarlo al meglio e poi tolse le dita. Ciò causò un verso strano da parte di Mike che lo fece ridere; lo prese per i fianchi e lo tirò più vicino a sé, chinandosi poi a lasciargli un bacio sul petto. Con una mano lo tenne fermo mentre con bocca e lingua tracciava ghirigori e lasciava morsi, e si metteva in posizione. Lo sentì trattenere il fiato quando entrò in lui e attese un suo cenno per assicurarsi che andava tutto bene prima di muoversi. Non erano le condizioni migliori, ma era quasi certo che l’avrebbero fatto in ogni caso. Strinse di nuovo la presa su Mike, era tutto ciò su cui si doveva, e voleva, concentrare al momento. Il suo corpo nudo, il suo fiato corto ma ancora in grado di chiedergli “di più”, le scosse di piacere che lo attraversavano partendo da ogni punto di contatto tra di loro. Fece scivolare la mano ancora unta fino all’erezione di Mike, ignorata per troppo tempo, e iniziò a muoversi a ritmo con le spinte, causando versi ancora più indistinti.
Era una sensazione inebriante vederlo così, tranquillo nonostante si stesse abbandonando del tutto a lui, come se fosse sicuro che non potesse fargli alcun male. Continuò ad accarezzarlo sicuro, muovendo la mano per tutta la lunghezza del suo membro, impegnato a concedergli più piacere possibile almeno in quell’aspetto.
Mike fu il primo a venire, con un’imprecazione soddisfatta mentre il suo sperma scivolava sui loro corpi. Il ragazzo si sollevò su un braccio e si aiutò stringendosi a lui con le gambe, non disse niente ma sorrise prima di allungarsi verso di lui e tirarsi più vicino per baciarlo. Fu un bacio più delicato dei precedenti e in quel preciso momento Ryan ebbe la netta sensazione che gli avrebbe fatto più male di quanto pensasse. Chiuse gli occhi e chinò la testa contro l’altro, mordendo nel punto in cui incontrò la pelle della spalla e spingendo più a fondo. Non era un amore romantico, ma una scopata di cui non erano riusciti a fare a meno, era questo che doveva essere. Lo mandò di nuovo con la schiena contro il tavolo e prese a muoversi con maggior vigore, incurante dei gemiti sorpresi – e troppo poco spaventati – dell’altro e del dolore sordo che stava iniziando a crescere in lui.
La prima cosa che disse fu: “Sto per venire”, e abbandonò il suo corpo per terminare l’operazione. Mike si era già spostato per prendere alcuni fogli di carta da cucina e gliene passò un paio prima di iniziare a ripulirsi.
“Se vuoi farti una doccia prima di rivestirti, il bagno è...”
“No.”
Risposta secca, senza spiegazioni, senza guardarlo in faccia mentre recuperava i propri indumenti; sperava che Mike fosse abbastanza in gamba da recepire il messaggio e non obbligarlo a fare qualcosa che avrebbe ferito entrambi. Si era sbagliato, però, la voce del ragazzo era sorpresa, quasi agitata, mentre rimaneva a fissarlo vestirsi e chiedeva: “Cosa c’è?”
Ryan si tirò su lo zip dei jeans e sospirò. “Niente, solo non vedo il motivo per cui debba farmi la doccia qui. È stata solo una scopata, Mikey. Ho sbagliato, mi sono lasciato andare, ma non cambia la cosa.”
S’infilò la t-shirt nera e l’abbassò, si aspettava che Mike lo colpisse – si sarebbe preso a pugni da solo – ma si limitò a chiedere: “Volevi prendermi in giro? Ti sei divertito, almeno?”
Non rispose. Non riusciva a guardarlo in faccia, figurarsi a fidarsi della propria voce. Quello lo fece arrabbiare di più perché Mike lo spinse di nuovo contro il muro, ma non per colpa della libido. “Almeno abbi il coraggio di guardarmi negli occhi e rispondermi!”
Ryan sollevò lo sguardo, non riusciva a mostrarsi arrabbiato, men che meno sicuro; la gola secca gli rendeva difficile parlare. “Stai per tornare a San Diego, Mike. Trovati qualcuno della tua età, qualcuno che non ti metta in pericolo solo standoti accanto. Ti meriti di meglio.”
Weston lo stava guardando con occhi spalancati, feriti. “Te ne vuoi andare con queste frasi da due soldi che si trovano in qualsiasi commedia di serie B?”
“Questa non è una commedia, Mike.”
Abbassò lo sguardo, incapace di sostenere la sua espressione da cucciolo abbandonato; la sua voce però era dura mentre lo lasciava andare.
“Lo stai scegliendo tu, Ryan. È una tua decisione che finisca così.”
“È la cosa migliore. Buona fortuna, Mike.”
Lasciò l’appartamento senza voltarsi indietro, cercando di togliersi dalla mente le sensazioni e le emozioni così contrastanti che aveva provato nell’ultima ora. Non aveva scelta, Mike si meritava davvero di meglio di un cinquantenne alcolizzato e con una scia di morte ovunque posasse il suo cuore.